STANZE VUOTE
di RINA GATTI  

 

La descrizione che l’autrice ha fatto della vita di campagna negli anni della sua infanzia, durante il secondo decennio del Novecento, mi è piaciuta molto.

Si avverte, leggendo questo libro, che non c’è nulla di non vissuto, di non provato sulla propria pelle. Si sente tanta tenerezza nella partecipazione alla vita dei campi, a quella degli animali e alle abitudini semplici dei contadini, che – per propria natura – rispettano tutto quello che li circonda, proprio perché sanno cosa significa produrre dalla terra, seguire costantemente la via agreste dalla semina alla raccolta e guadagnarsi tutto col sudore della fronte. 

Nella vita dei contadini c’è un sapere che si tramanda e che diventa un amore grande verso il “podere”, anche se alla fine si deve rendere sempre conto al “padrone” di ogni cosa.

C’è sempre, nella protagonista bambina, un sentimento di apertura a capire, partecipare, ad amare tutto e tutti (soprattutto i nonni, figure esemplari e sapienti nell’ambiente contadino di allora), ma allo stesso tempo c’è anche il rammarico di non essere capita e di non contare niente. Questi due “poli” non la lasceranno mai.

I capitoli di Stanze Vuote non sono semplici fotografie della realtà contadina, sono molto di più. Non si può non soffrire quando la piccola Rina Gatti racconta della sua frustrazione per il dover tenersi tutto per sé quando invece sarebbe stata la cosa più naturale del mondo raccontare i propri dubbi e le proprie incertezze alla madre e condividerli con lei.

I bambini dovevano solo crescere, perchè servivano braccia per lavorare i campi, se maschi, mentre l’economia, la gestione della casa e l’accudire gli animali domestici erano compiti delle femmine. I sentimenti ed i pensieri dei bambini non contavano per nessuno. Non esistevano esigenze che potessero essere soddisfatte. I “piccoli” non erano capiti. D’altro canto, anche se lo fossero stati, sarebbe stato difficile accontentarli.

Allora bastavano poche cose per vivere e questo, adesso, a distanza di circa ottanta anni, fa riflettere molto sulle nostre abitudini.

Letti di foglie secche, il vestito da indossare solo nelle grandi occasioni, gli indumenti passati da padre a figlio, da madre a figlia. Tutto era tanto desiderato e straguadagnato quando arrivava. Rina sognava il paese che non poteva vivere. Non c’era tempo per passeggiare e oziare. L’unico “svago” era la messa della domenica.

È meraviglioso come questa donna, Rina Gatti, diventata anziana, sia riuscita a ritornare così bene nei panni della bambina che è stata. Una dote, questa, che sfortunatamente non tutte le persone posseggono.

Severina Galli
Febbraio 2006