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STANZE VUOTE
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La descrizione che l’autrice ha fatto della vita di
campagna negli anni della sua infanzia, durante il secondo decennio del
Novecento, mi è piaciuta molto. Si avverte, leggendo questo libro, che non c’è nulla di
non vissuto, di non provato sulla propria pelle. Si sente tanta tenerezza nella
partecipazione alla vita dei campi, a quella degli animali e alle abitudini
semplici dei contadini, che – per propria natura – rispettano tutto quello
che li circonda, proprio perché sanno cosa significa produrre dalla terra,
seguire costantemente la via agreste dalla semina alla raccolta e guadagnarsi
tutto col sudore della fronte. Nella vita dei contadini c’è un sapere che si tramanda e
che diventa un amore grande verso il “podere”, anche se alla fine si deve
rendere sempre conto al “padrone” di ogni cosa. C’è sempre, nella protagonista bambina, un sentimento di
apertura a capire, partecipare, ad amare tutto e tutti (soprattutto i nonni,
figure esemplari e sapienti nell’ambiente contadino di allora), ma allo stesso
tempo c’è anche il rammarico di non essere capita e di non contare niente.
Questi due “poli” non la lasceranno mai. I capitoli di Stanze
Vuote non sono semplici fotografie della realtà contadina, sono molto di più.
Non si può non soffrire quando la piccola Rina Gatti racconta della sua
frustrazione per il dover tenersi tutto per sé quando invece sarebbe stata la
cosa più naturale del mondo raccontare i propri dubbi e le proprie incertezze
alla madre e condividerli con lei. I bambini dovevano solo crescere, perchè servivano braccia
per lavorare i campi, se maschi, mentre l’economia, la gestione della casa e
l’accudire gli animali domestici erano compiti delle femmine. I sentimenti ed
i pensieri dei bambini non contavano per nessuno. Non esistevano esigenze che
potessero essere soddisfatte. I “piccoli” non erano capiti. D’altro canto,
anche se lo fossero stati, sarebbe stato difficile accontentarli. Allora bastavano poche cose per vivere e questo, adesso, a
distanza di circa ottanta anni, fa riflettere molto sulle nostre abitudini. Letti di foglie secche, il vestito da indossare solo nelle
grandi occasioni, gli indumenti passati da padre a figlio, da madre a figlia.
Tutto era tanto desiderato e straguadagnato quando arrivava. Rina sognava il
paese che non poteva vivere. Non c’era tempo per passeggiare e oziare.
L’unico “svago” era la messa della domenica. È meraviglioso come questa donna, Rina Gatti, diventata
anziana, sia riuscita a ritornare così bene nei panni della bambina che è
stata. Una dote, questa, che sfortunatamente non tutte le persone posseggono. Severina Galli
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