|
STANZE VUOTE ADDIO
|
|
Il titolo di questo lavoro è già l’immagine di un
ambiente misero, senza comodità e lussi, sembra quasi di starci dentro.
Leggerlo è stato piacevole e nostalgico insieme, perché ha fatto ritornare
alla memoria tanti modi di fare e di vivere la precarietà degli anni
immediatamente dopo la guerra, quando molti di noi si trovavano ancora in
situazioni simili. Per la scrittrice è stato come vuotare il sacco e
liberarsi del silenzio di una vita vissuta nella difficoltà di sbarcare il
lunario e l’incertezza di domani. Il suo soffrire e sopportare sempre senza raccontare i suo
mal vivere alla famiglia che ha lasciato per non dare dispiaceri, né far
trapelare niente fuori casa, tanto sapeva che non poteva avere aiuto da alcuno,
le dava la forza di andare avanti giorno dopo giorno e pensare che domani
qualcosa di nuovo sarebbe successo. L’adattamento ad un compagno di vita tanto diverso da lei
per sensibilità e abitudini familiari, il continuo traslocare e peregrinare nei
vari angoli delle campagne perugine, come si suol dire da male in peggio, non le
hanno tolto il coraggio di andare avanti, ma lottare per dare il necessario, ai
suoi bambini e non farle sentire mai la tristezza che era in lei. Li amava e
basta. Il ruolo che aveva nella famiglia era di madre e padre e lo
faceva senza farlo pesare né ai figli, né – tanto meno – al marito che era
la collera in persona, anzi lei cercava di prevenire ed evitare i continui
pasticci di lui, anche se non era facile riuscirci, insomma un calvario. Lo scorrere del tempo le donava sempre solo nuove prove
esistenziali, tanto che paragona la sua vita ad “una prigione senza mura e senza cancelli”, che
- a pensarci bene – è la peggiore, perché non aveva neanche la
speranza di scappare. La famiglia, per Rina Gatti, era questa, non poteva essere
cambiata o modificata, non era accettato dalla società separarsi. Non era
neanche pensabile! Per chi allora se ne andava scattava “l’abbandono del tetto coniugale e venivano i carabinieri a cercarti e
a riportarti a casa. Era successo già a tante che avevano avuto un matrimonio
più sfortunate del mio, donne fuggite piene di lividi, con le ossa rotte che
venivano ricondotte a casa con la forza pubblica o peggio dai parenti stessi per
impedire lo scandalo”. La tenerezza del figlio Bruno, che alla bella notizia
dell’arrivo di un fratellino promette di aiutarla e sostenerla nonostante i
suoi otto anni (“vedrai che il babbo non ti darà più noia adesso, se no ci
sono io”). E mentre prima, nei tanti momenti di lite piangeva, ora, che sapeva
del fratellino non piangeva più, ma si metta in mezzo cercando di tenere
indietro il padre ed evitare il peggio. L’arrivo del secondo figlio, per l’uomo, non provoca né
emozione né reazione. “Tra scegliere
un vitello, comprarsi un vestito, sposarsi, o avere un altro figlio non c’era
differenza”. Così scorrono glia anni, i figli sono cresciuti e
sistemati, e, all’età di sessantacinque anni, su loro consiglio decide di
concedersi la prima vacanza della sua vita e rivede il mare dopo ventisette
anni. Ora si sente più leggera, la sua corsa per provvedere alla
famiglia non c‘è più, le viene concesso il tempo per ricordare il passato e
prende carta e penna e comincia a scrivere un fiume di cose, così lucidamente
da sembrare impossibile ricordarne tante. Non può evitare di fare il bilancio
della sua vita e gli ritorna in mente, tra i tanti sentimenti, anche quello che
in gioventù aveva nutrito per Gino, un grande sentimento a cui aveva dovuto
rinunciare, ma mai dimenticato. Ora, mentre ritornavano al cuore e alla mente le cose
vissute, sente che qualcosa non torna, non sa dare risposte. Non ha più saputo
nulla d Gino, né da vivo né da morto. Mentre rifletteva su questo, come per
incanto lo riconosce tra un gruppo di volontari per ragazzi disabili a Santa
Severa, dove alloggiava anche lei. È un incontro che, dopo tanti anni, trova
cambiati e trasformati, completamente diversi. E nel reciproco racconto dei
molti anni passati, finalmente s’impadronisce della tessera mancante. Severina Galli
|