MEMORIA. ITALIANI NEGATI,  
 
di LIDIA FERRARA ­ CARLO ORICHUIA  

 

Nella dilatazione che la coscienza impone al tempo, alle percezioni, alle vicende vissute e sofferte, la scrittura diventa testimonianza perenne di ogni storia individuale che altrimenti sarebbe vanificata nell’instabilità del tempo.

Le vicende personali esposte nel testo si intrecciano, diventano parte integrante del grande mosaico storico delle collettività e rappresentano una voce viva ed autorevole per non dimenticare.

Memoria. Italiani negati è un libro che tutti dovrebbero leggere, perché le vicende narrate sono tratte da esperienze realmente vissute e sono una testimonianza viva di un periodo storico che nemmeno i testi ufficiali riescono ad illustrare nella sua concretezza.

Maria Oggiano
Dicembre 2006  

 

MEMORIA – ITALIANI NEGATI
di LIDIA FERRARA e CARLO ORICHUIA

 

Cos’è un avvocato privato della parola? Cos’è un bambino senza la spensieratezza? Cosa una giovane donna che non si sente al sicuro neanche nella propria casa? Cosa un soldato valoroso sepolto senza neanche un funerale?

Poco, molto poco. Più facile dire cosa tutto ciò non è. Sicuramente non è lo svolgimento del normale corso dell’esistenza, non è il rispetto per la crescita armoniosa di un individuo, non è la libertà, non è la vita.

Proprio dall’intenzione di ricordare la difficoltà, il dramma del vivere in uno stato di privazione, paura, costrizione e sofferenza quotidiana qual è quello della guerra, è nato Memoria – Italiani negati, uscito per i tipi della Thyrus di Arrone (Terni), da sempre attenta alle problematiche sociali, storiche e pedagogiche.

Il libro si compone di quattro storie vere – sia raccolte attraverso ricordi personali (la prima racconta la vicenda del padre di Lidia Ferrara, la terza quella di una donna che gli autori conoscono personalmente), sia tratte da carteggi pervenuti attraverso ricerche d’archivio – tutte ambientate durante la seconda guerra mondiale, una delle tragedie sicuramente più grandi del Novecento, di cui ancora si hanno (seppur ogni giorno di meno) testimonianze dirette.

Il progetto di un’opera come questa è nato dalla consapevolezza degli autori di quante singole storie eroiche di sopravvivenza si siano svolte in quegli anni. Storie incredibili, eppure mai raccontate dai manuali poiché considerate secondarie, d’importanza marginale, anche se, in realtà, fondamentali, dato che sono le uniche che ci possono restituire da vicino la visione reale della guerra.

La storia che abbiamo imparato a scuola è, infatti, quella dei soliti, grandi personaggi e delle lunghe e dettagliatissime battaglie dense di date difficili da ricordare.

Negli italiani, secondo il condivisibilissimo parere di Carlo Orichiuia, sta venendo meno la storia parallela, la storia della gente comune, quella di chi non ha fatto la Storia, ma è stato costretto a subirla. Quella di chi – come nel caso dei protagonisti del libro in oggetto – per sedare la voglia di caffè era costretto a ingurgitare “pessimi bibitoni d’orzo” o “ignobili misture preparate con la ‘Miscela Asborno’” (da “Sigismondo Leggeri – La crescita negata”, p. 28); quella di chi vedeva i barbieri conservare i capelli tagliati per far sì che le industrie di Prato ne ricavassero tessuti per coperte ed indumenti (ivi); o quella di chi considerava “normale” nascondere i prosciutti tra i rami degli alberi per evitare che i soldati li vedessero e se li portassero via. Immagini, queste, decisamente più eloquenti e vicine al lettore di oggi, dell’immagine di plotoni in marcia, battaglie aeree, e grottesche lezioni di retorica mussoliniana.

“Le cantine e le dispense erano case di fantasmi. La roba, le provviste vere erano nascoste dietro le fronde del grande albero di un campo a S. Carlo, noto solo a noi: così i nodosi rami fitti di foglie riparavano e mettevano al riparo, lussuriosa dispensa, il prosciutto, le salsicce, il salame, il formaggio, il sacco dei fagioli e quello delle patate. Santa natura quella. Solo un abitante nottetempo e a ore diverse e sempre uno diverso a turno si arrampicava e prendeva il fabbisogno da distribuire che, molto spesso, veniva subito cucinato, preparato senza troppi riti e mangiato, anche in piedi, ma goduto, salutato con sorniona sorridente tacita ingordigia e complicità” (da “S. Giovanni Izzalini – La casa negata”, p. 69).

Il tema centrale del libro, dunque, a parte la seconda guerra mondiale e tutto quello che ha significato per l’Italia e gli italiani, è la memoria, in quanto proprio la memoria, colei che eleva l’uomo al di sopra di tutti gli altri esseri viventi, può salvarci dall’indifferenza, dal rischio di ripetere errori ed orrori, e dal pericolo che un popolo dimentichi che è tale proprio perché, grazie alla memoria, sente di condividere una storia, un percorso, un patrimonio prezioso.

Quello che Lidia Ferrara e Carlo Orichuia hanno voluto fare è stato proprio recuperare parte della memoria collettiva degli italiani attraverso quattro storie che, altrimenti, lasciate sbiadire in archivi o scomparse insieme agli ultimi, anziani, testimoni rimasti in vita, sarebbero state dimenticate per sempre.

“Questo libro […] vuole negare chi nega le parole e riscattare la vita di autentici protagonisti di quegli anni spaventosi e lontani della seconda guerra mondiale… la guerra, quella vera, vista e raccontata da chi l’ha vissuta, in Africa, in Italia, uomini e donne, combattenti o bambini, la guerra vera, quella che si fa con le armi e con la fame, in italiano e in dialetto, con l’angoscia di perdere il padre e la beata incoscienza di chi comunque vuole vedere… e la scrittura si fa coerentemente dramma. […] Così solo la scrittura può riscattare l’orrore della negazione” (dalla Prefazione di Marcello Teodonio, p. 6).

Lidia Ferrara e Carlo Orichuia hanno dunque voluto, con questo libro, negare la negazione. Collettori di storie più che autori (come loro stessi insistono nel dire), hanno prestato la voce e la penna a figure rimaste mute per troppo tempo, dando alla luce un’opera che, pur nella sua brevità (il libro consta di 82 pagine) copre tutto l’arco della vita di un uomo, dall’infanzia (“Sigismondo Leggeri – La crescita negata”) alla morte (“Il funerale negato”), passando per la giovinezza (“S. Giovanni Izzalini – la casa negata”) e l’età matura (“Fausto Ferrara Granai – La parola negata”).

“Queste memorie sono di personaggi semisconosciuti, perché alla fine del fascismo, non se ne fecero un vanto, un punto di merito per emergere o inserirsi in posizioni privilegiate. Se oggi siamo quello che siamo, italiani che apparentemente sembrano scanzonati, italiani che credono nei valori e che pure sanno distinguere tra veri e falsi valori, questa possibilità la dobbiamo anche a questi sconosciuti attori […]. In ricordo dei nostri personaggi le loro storie sono state scelte per la loro qualità umana più alta: essi hanno vissuto non tradendo mai il senso e il rispetto della propria vita che non è stata un’esistenza da eroi, ma da persone comuni […]. I nostri personaggi hanno resistito alle pressioni e alla propaganda del fascismo, hanno trasgredito alla obbedienza cieca e assoluta, hanno preferito perdere e dichiararsi contrari per non asservirsi, anche fino all’estremo sacrificio della vita” (dall’Introduzione di Carlo Orichuia, pp. 7-8).

Paola Biribanti
Aprile 2005