I ROSPI
di MICHELE PENNONI

 

Quello che dal titolo potrebbe sembrare un saggio sui batraci è un invece una gustosa raccolta di racconti, opera prima dell’esordiente ternano Michele Pennoni.

Italo Calvino (Lezioni americane) scriveva: “Come la malinconia è la tristezza diventata leggera, così lo humor è il comico che ha perso la pesantezza corporea […] e mette in dubbio l’io e il mondo, e tutta la rete di relazioni che li costituiscono”.

Proprio lo humor, infatti, è la cifra caratterizzante del libro, che è costantemente percorso, dall’inizio alla fine, da una vena ironica e autoironica che riguarda non solo il contenuto, ma anche la veste formale, la disposizione tipografica dei singoli racconti. Racconti che hanno tutti a che fare coi “rospi”.

Il libro, infatti, è tutto giocato sulle diverse accezioni della parola “rospo”, inteso ora nel senso letterale di animale gracidante, ora in quello figurato (rospo come un essere brutto, disgustoso, goffo), ma soprattutto come metafora di magone, di frustrazione, di desiderio inespresso o inappagato di cui non ci si riesce a dimenticare e che ritorna continuamente in testa.

Il racconto che apre la raccolta è “I rospi del lavandino”, una vera e propria dichiarazione d’intenti dell’autore. È la parte, cioè, dove è più scoperta l’idea di far assumere ai rospi valenze differenti. Il racconto si apre con un gracidare di rospi udito dal protagonista, ma a poco a poco il lettore viene accompagnato fin dentro alla metafora, e cioè fino alla consapevolezza che quel rumore fastidioso non è altro che il rumore dell’anima.

Segue, quindi, “Qualcuno da mare”, uno dei racconti meglio riusciti del libro dove Pennoni ha saputo creare un mix molto ben congegnato di sarcasmo e cattiveria pura. Qui i rospi mandati giù da un marito fin troppo fedele e accondiscendente sono veramente tanti e la rivincita finale sulla (molto poco) gentil consorte sarà direttamente proporzionale alla loro grandezza.

Terzo racconto del libro è “Avrei potuto”, una sorta di litania della sfiga e del fallimento. Ogni volta, infatti, che il protagonista menziona, con un ritmo quasi cantilenante, quello che avrebbe potuto essere ma non è stato, è come se si sentisse l’autore deglutire un boccone amaro (mandare giù il rospo).

Avrei potuto fare l’imbianchino e affermare di essere un pittore, dare le riduzioni per la discoteca e dire di essere u creatore di eventi, avrei potuto essere un premio Nobel e non dire niente a nessuno” (p. 15).

A concludere al prima parte del libro c’è poi “La favola di Fedreosopo” e “Tabanga”.

Il primo è una sorta di storia nella storia. Vi si narra, infatti, il modo in cui un genitore racconta sua folta una favola al figlio. E, come succede sempre nei racconti di Pennoni, quella che inizia come una narrazione seria vira gradatamente, ma inesorabilmente, nel sarcastico.

In “Tabanga”, invece, l’autore, novello Giobbe Covatta, si finge bambino africano per raccontare le meraviglie del proprio continente. Solo che - parlando e descrivendolo - il bambino realizza che forse così meraviglioso il suo continente non è, anzi.

“Le nostre donne hanno sempre da fare: o concepiscono figli (e lì partecipiamo anche noi), o partoriscono figli, oppure crescono figli. Molti europei mi chiedono cosa faccia una donna quando non è più in età fertile. A essere sinceri non lo so, non ne ho mai vista una” (pp. 21-22).

Come accennato, “I rospi” è un libro curioso anche per alcuni espedienti tipografici e di organizzazione del testo, e questo si riscontra essenzialmente nella seconda parte, che consta di due parti: “Il prisma” e “Frogs from Mars”.

“Il prisma” è la parte un po’ meno esplicita del libro. Pennoni ha preso come punto di partenza la personalità di un giovane-tipo dei giorni nostri e lo ha considerato come un prisma, a ogni faccia del quale ha fatto corrispondere una virtù. Il prisma scelto è uno a base triangolare. E dunque i racconti sono tre (come i lati), più due (come le basi), più il baricentro, e sono precisamente “L’illusione”, “Il coraggio”, “Il fascino”, “La fermezza”, “La pazienza”. Apparentemente una disposizione rigida e seria, in realtà un momento godibilissimo del libro, infatti, di tutte le virtù preannunciate dai rispettivi titoli, all’interno dei racconti non se ne vedrà neanche l’ombra.

“Ho una tale voglia di fare, che in un giro di vecchi che giocano a carte sceglierei di essere quello che guarda” (p. 29).

Il libro si conclude con “Frogs from Mars”, l’apoteosi del rospo e della “rospità”. Il rospo si fa antropomorfo e diventa talmente ingombrante e prepotente da voler sopraffare il genere umano. Il racconto è cronistoria della discesa sulla Terra da parte dei Rospi, che, tipo marziani ma - appunto - rospiformi, camminano e parlano come gli umani.

“Frogs from Mars” è sicuramente la parte più divertente del libro perché mostra come, viste dall’esterno, cioè da un popolo che non conosce i nostri usi e costumi (e soprattutto mal-costumi), le abitudini umane appano buffe e incomprensibili, come la smania di voler “fregare” a tutti i costi anche gli alieni venuti a soccorrerci.

A rendere la narrazione ancora più vivace concorre poi la particolare disposizione del testo. La vicenda della discesa dei Rospi sulla Terra è realizzata come una trattazione scientifica e dunque corredata di un imponente apparato di note esplicative. E che note! Alcune pagine hanno più note che testo.

“Prima inteneriti da talune situazioni (34), poi commossi da certe casualità della vita (35), infine convinti dalla propria razionalità (36), i Rospi finirono col perdere qualsiasi potere (37).

 

34 “Dottò, tengo una famiglia di dodici figli maschi di cui il primo è disoccupato e tiene a sua volta dodici figlie femmine di cui la prima è disoccupata e incinta di dodici gemelli, sei maschi e sei femmine, tutti già disoccupati. Voi che siete così buono, non potreste cedermi il vostro posto di responsabile agli appalti pubblici per farmi guadagnare (onestamente, s’intende) qualche soldino in più per sfamare la mia famiglia?”.

35 “Signor Rospo, vede, io casualmente mi ritrovo in mano una busta gonfia di denaro, qualcosa mi dice che se lei, casualmente, tenesse gli occhi chiusi mentre io sbrigo certi affari, questi soldi finirebbero nelle sue tasche”.

36 “Se non vuoi farti un pediluvio col cemento e poi un bel tuffo nell’oceano, ti conviene fare quello che diciamo noi”.

37 “Rimasero saldi al loro posto di comando solo i Rospi che occupavano le seguenti cariche: dirigenti scolastici (di asili nido, scuole elementari e medie), presidenti dei centri coordinamento bocciofile e direttori degli studi sull’irascibilità gli sbalzi d’umore nelle donne” (p. 51).

Complessivamente, dunque, I rospi, è un libro interessante per diverse ragioni.

Innanzi tutto perché è un raro esempio di opera di un giovane esordiente che evita di girare attorno al proprio ombelico insistendo col mettere su carta esperienze (più che altro frustrazioni) autobiografiche tipo diario da cameretta. Pennoni, al contrario, si cala quando nella mente e nella psicologia di un anziano (“Qualcuno da mare”), quando in quella di un bambino africano (“Tabanga”), quando in quella di un disadattato che si aggira per i boschi raccogliendo rospi per gli esperimenti (“Avrei potuto”), oppure usa i toni neutri e circostanziati di un cronista (“Frogs from Mars”).

I rospi è anche un’opera fortemente organica al suo interno. A parte il fatto di ruotare sempre attorno al tema dei bocconi amari da mandare giù, richiami ai vari personaggi incontrati sono distribuiti all’interno di tutto il libro. Disseminati nei vari racconti si ritrovano nomi, situazioni di personaggi precedentemente incontrati e identità unite, però, a forti contraddizioni, che portano a chiedersi se si è letto della storia di uno o più personaggi.

Una lettura lieve, godibilissima e intelligente e che non può che fare onore al giovane Michele Pennoni.

Paola Biribanti
Giugno 2004