CASTELLI DI PAGLIA
di FABRIZIO LAURENTACI  

 

 Castelli di paglia di Fabrizio Laurentaci è un bel libro.

Avvincente e ottimamente strutturato l’intreccio, appropriato e accurato il lessico, fluida e armoniosa la prosa, ironici e ben riusciti i dialoghi. Insomma, i requisiti per fare del libro un successo ci sono tutti. Tranne uno: il titolo.

Castelli di paglia, come titolo, è onestamente un po’ deboluccio. Suona come il classico titolo dato per dire tutto e non dire niente. Un titolo neutro, che sarebbe andato ugualmente bene per una spy story, per un romanzo rosa o per un saggio dal sapor di new age e, soprattutto, un titolo che ha la sfortuna di somigliare così tanto al ben più famoso Castelli di rabbia di Alessandro Baricco (Rizzoli, Milano 1991).

Il mondo di oggi – sia sa – si basa molto sulla battuta a effetto, su messaggi immediati e stuzzicanti, anche laddove spesso nascondono realtà (o libri) poveri di contenuto. Ebbene, nel caso del volume in oggetto, la questione va completamente ribaltata: il peso del titolo è inversamente proporzionale a quello del romanzo stesso.

Castelli di paglia, infatti, è un libro profondo, appassionante e appassionato. La storia si svolge nell’ambiente dei danzatori ed è scritta da uno del mestiere che vive la danza non solo come un lavoro, ma come una vera e propria filosofia di vita.

“Danzare [...] non è solo un’attitudine del corpo, ma prim’ancora una necessità dello spirito e del suo desiderio di esprimersi attraverso il movimento”, p. 89.

Fabrizio Laurentaci, infatti, barese d’origine ma romano d’adozione, è un ballerino professionista diplomato all’Accademia Nazionale di Danza di Roma, che ha alle spalle anni di gavetta, sacrifici, sudore, acido lattico e adrenalina “prima della prima” dei quali non è difficile scorgere allusioni e ricordi in diverse parti del libro.

“Mentre la presentatrice si accingeva ad annunciare la sua coreografia, Livio si avvicinò ai compagni tra le quinte, per porgere loro l’ultimo incoraggiamento prima di entrare in scena: – Comunque vada, ragazzi, ci tengo a dirvi... grazie di cuore. Senza di voi, essere qui non sarebbe stato possibile. Merda!

– Merda! – risposero un po’ tutti, quasi a turno, a bassa voce”, p. 367.

La storia inizia con il trasferimento a Firenze di Livio Merani, che, dopo alcuni anni vissuti a Bordeaux per motivi di lavoro, riesce ad ottenere un ingaggio presso il prestigioso Balletto dell’Arno diretto da Bob Gideon, coreografo di fama mondiale.

Parallelamente alle vicissitudini artistiche di Livio, il lettore segue quelle professionali di Delia Baraldi, un ragazza che dopo una forte delusione sentimentale e la conseguente depressione che l’ha indotta all’alcolismo, ha ritrovato l’entusiasmo e la voglia di vivere parlando e dispensando consigli e canzoni ai microfoni della trasmissione “Anima della notte” di Firenze Dimensione Radio.

Causa la costumista del Centro Danza dell’Arno, amica-collega di Delia e neo-collaboratrice di Livio, i due protagonisti finiscono a condividere la stessa casa: quella di Delia, che trovando il suo appartamento troppo grande e dispendioso per una persona sola, si è decisa a ospitare un pensionante.

Dopo i primi imbarazzi dovuti alla coabitazione di due persone giovani, belle, single ed eterosessuali (Laurentaci tiene a precisare che, contrariamente a quello che si crede, non tutti i ballerini sono gay), Livio e Delia riescono a creare nella casa un clima di rispetto e correttezza quanto di intimità e calore.

Anche se diversi per background culturale e provenienza geografica, i due ragazzi sono infatti straordinariamente simili in quello che conta veramente e che va ben oltre la formazione e le questioni di latitudine, e cioè i sogni, le passioni, i traumi subiti e il modo di sentire e di intendere la vita.

Da una parte Delia, orfana di madre, con un padre farfallone e in attesa di un figlio dalla sua giovane compagna. Delia che è stata tradita dal fidanzato e che per dare un taglio al passato ha lasciato il suo amato lavoro di costumista. Delia che dopo quella scottatura ha chiuso il suo cuore a quattro mandate.

“Delia era sempre stata piuttosto naturale nei gesti e nelle azioni, prima dell’amara esperienza sentimentale che le aveva sconvolto la vita. La convivenza con Livio poteva forse essere un’occasione per riacquistare stima e fiducia nel sesso maschile”, p. 112).

Dall’altra parte Livio il danzatore, apparentemente sempre allegro, socievole e spensierato, ma che in realtà chiude in sé un dramma più grande di lui che l’ha portato, proprio come Delia, a non parlare mai troppo di sé e del proprio passato e che – soprattutto – gli ha lasciato come triste eredità il non fidarsi del prossimo.

“Livio recava in sé indubbiamente il bisogno di un amore che colmasse le mancanze del suo passato, ma ne aveva al contempo un indicibile terrore. Temeva che un’altra grande sofferenza avrebbe potuto destabilizzarlo, soprattutto ora che aveva ritrovato quelle motivazioni professionali che per un certo tempo gli erano state sottratte o negate. Oltretutto desiderava nuovamente ridare spazio alla sua vena creativa, e l’incontro con Bob Gideon sembrava averlo nuovamente stimolato per alcune nuove creazioni coreografiche che forse un giorno avrebbe potuto realizzare. Nel momento in cui l’individuo esplora in se stesso, non può preoccuparsi dell’altro, poiché ha come priorità la propria realizzazione interiore”, pp. 175-6.

Quello che ha segnato il ragazzo è un episodio che affiora qua e là nelle pagine del libro, qualcosa che a cui Laurentaci allude di tanto in tanto, ma che non dice mai chiaramente, almeno fino a pagina 360, vale a dire a meno di venti pagine dalla fine del libro, riuscendo quindi, con grande maestria, a creare una suspense nel lettore che immagina sì il fatto, ma che è impaziente di sapere se quello che pensa corrisponde alla realtà.

E la realtà è qualcosa di triste e tremendo come l’abuso da parte di una madre ubriaca su un figlio adolescente indifeso e impaurito.

Pur dovendo raccontare una vicenda come quella, l’autore è tanto garbato e abile da non indulgere mai alla volgarità o a descrizioni morbose, come – d’altro canto – è tanto intelligente da non scadere mai nell’ovvio, nello stucchevole e nello sdolcinato quando narra dell’evolversi del sentimento tra Delia e Livio, preferendo piuttosto mantenere sempre un tono schietto ma allo stesso tempo sincero e spesso autoironico.

Il libro, che stupisce piacevolmente se si pensa che è il primo romanzo di Fabrizio Laurentaci, è particolare anche per la sua organizzazione interna, presentandosi come un’opera eclettica a metà tra il romanzo propriamente detto, l’antologia poetica e un trattatello sulla danza. L’autore fa precedere ogni capitolo da una sua poesia e di tanto in tanto, laddove è costretto a utilizzare termini tecnici del balletto classico (“étoile”, “filage”, ecc.), apre delle lunghe parentesi esplicative dalle quali emerge tutta la passione dell’autore per quella che, letteratura a parte, è la sua vera vocazione: la danza.

“Era inquieto, nervoso, con un insolito desiderio di piangere, che tuttavia non riusciva ad appagare. Le sue lacrime sembravano imbrigliate, come la mente, in una morsa di pensieri, invece di essere libere di scorrere con le emozioni. Se fosse stato uno scultore si sarebbe precipitato con lo scalpello sulla sua statua; se fosse stato un pittore avrebbe riversato la sua passione attraverso colori e pennelli sulla tela; e se fosse stato un musicista, avrebbe ritrovato la pace nelle note del suo strumento. Ma era un danzatore, ed il suo strumento lo aveva sempre con sé, pronto ad estrinsecare in movimento la sua interiorità solo che egli lo volesse”, pp. 347-8.

Paola Biribanti
Novembre 2006