Edizioni THYRUS

 

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RECENSIONI SU QUOTIDIANI E RIVISTE

 

 

 

 

Articolo di Rita Imperatori dedicato al volume Cyranò. Poesie di luna rossa e girasoli di  Giorgio Filippi pubblicato sulla rivista Micropolis di giovedì 28 aprile 2015

 

 

Articolo di Rita Imperatori dedicato al volume Il posto d'un uomo di Ramòn J. Sender tradotto da Giorgio Bolletta,, pubblicato sulla rivista Micropolis di giovedì 28 aprile 2015

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Articolo tratto dal “Il giornale dell’Umbria” di giovedì 15 gennaio 2015.

 

Un assisano traduce “Il posto d’un uomo” di Sender

 

Uno scrittore-traduttore-saggista angelano alla ribalta della scena letteraria. Si tratta di Giorgio Bolletta, tra i fondatori del Circolo Culturale “Primomaggio”, che ha tradotto una delle opere di uno dei più importanti scrittori spagnoli del Novecento: “Il posto d’un uomo” di Ramòn José Sender.

Bolletta assisano e di formazione tecnico-scientifica, ha maturato negli anni, al di là della sua attività di docente nelle scuole superiori, interessi linguistico-letterari che si sono concretizzati nel conseguimento di una laurea in lingue e letteratura spagnola, con una tesi incentrata proprio sull’opera di Ramòn José Sender.

Da qui è nata l’idea della traduzione in lingua italiana di un’opera dello scrittore spagnolo, poco conosciuto nel nostro paese anche perché pochissime sue opere sono state tradotte nella nostra lingua. Pubblicato alla fine del 2014 dalle Edizioni Thyrus, “Il posto d’un uomo” verrà presentato dal Circolo Culturale “Primomaggio” presso la Libreria Musica & Libri di Bastia Umbra il prossimo 31 gennaio.

Ramòn José Sender scomparso nel 1982, è stato uno degli scrittori spagnoli più importanti e prolifici del XX secolo. I numerosi romanzi pubblicati in esilio durante la dittatura franchista lo collocarono fra i principali narratori contemporanei di lingua spagnola. Rientrò per la prima volta in Spagna nel 1974, dopo aver ottenuto la pubblicazione di tutte le sue opere. Vi tornò ancora nel 1976, ma resosi conto di non sentirsi più a suo agio nel paese d’origine tornò in California dove condusse la sua vita e ivi morì. “Il posto d’un uomo” narra la storia di Sabino, un uomo povero, reietto che, seguendo un moto dell’animo, fugge dal suo paese e va a rifugiarsi in montagna.

 

Giovanni Zavarella

 

   

 

Articolo tratto da “15 Giorni quindicinale d’informazione”.

 In libreria

 La Storia e il Mito di San Giorgio

 “San Giorgio e la rosa”, scritto da Cristiano Antonelli (Edizioni Thyrus), è il racconto che parte dall’anno 303, otto giorni prima delle calende di maggio quando fu giustiziato un cristiano di nome Giorgio. Era il 23 aprile, un ricorrenza che s’impose come festività tra le maggiori del calendario medioevale, a memoria di un martire che si convertì nella metafora di un ideale che trascende ogni cronaca storica. Da secoli si cerca di stabilire chi fu veramente Giorgio di Cappadocia. Nonostante una tradizione letteraria sconfinante nella leggenda – riporta il libro – è la tradizione del culto che offre incontrovertibile testimonianza della tumulazione in Lydda di un uomo Giorgio, morto nella gloria del martirio prima di Costantino il Grande. Da allora la venerazione dilagherà in Oriente e raggiungerà Roma e l’Occidente. E proprio in occidente si animerà in modo straordinario durante il periodo delle crociate, col Santo martire ormai consacrato nelle vesti di cavaliere. Così San Giorgio conquisterà ogni regione del vecchio continente, e ogni terra lo racconterà come paladino celeste in soccorso alle milizie cristiane. Contestualmente alla storia del culto, nel testo vengono riportate le leggende narrate da Iacopo da Verazze, quella del martirio e quella della lotta al drago, complementari e speculari l’una all’altra, fino al dettaglio affatto marginale di quella rosa che sarebbe germogliata dalla terra bagnata dal sangue del drago.

 

 

 

Comunicato stampa
 

I momenti di crisi, difficili, attraversati dal nostro paese, ci insegnano e tramandano la forza delle donne, determinante per la ripresa e rinascita, forti nel presente, lanciate verso il futuro. L’Associazione Culturale “Scrivi la tua Storia”, presieduta da Lorena Fiorini, ha fortemente voluto e sostenuto il Premio Letterario “Donne tra Ricordi e Futuro” giunto alla sua seconda edizione. Dopo una prima edizione conclusasi brillantemente con medaglie e patrocini, con le istituzioni accanto, con tanti estimatori, con le scrittrici in movimento intorno alle memorie delle proprie famiglie, la conferenza stampa di presentazione, tenuta il 24 settembre u.s. presso la “ Sala delle Colonne” (Camera dei Deputati), ha ribadito il successo dell’iniziativa. Alla manifestazione hanno partecipato varie personalità della cultura e dello spettacolo che, con la loro presenza e professionalità hanno contribuito al buon esito dell’evento. In particolare ha introdotto l’argomento l’On. Roberto Menia, Segretario Generale del “Comitato Tricolore per gli Italiani nel Mondo”, il quale ha avuto parole di apprezzamento per l’iniziativa intrapresa pienamente condivisa. Ancora una volta un’apertura agli italiani all’estero.

Laura Sugaroni ha partecipato alla prima edizione con il libro “Orme di Argilla – I Sugaroni fornaciari a Castel Viscardo”. Ha vinto il primo premio nella Sezione Saggistica con una puntuale, precisa rievocazione delle vicende della sua famiglia, ha sbaragliato le altre concorrenti e riportato un successo più che meritato, per l’impegno, per l’amore dedicato a un lavoro che attraversa ben cinquecento anni. Con il libro ha ripercorso la storia della sua famiglia. Una ricerca d’archivio dettagliata che le ha consentito di ricostruire l’albero genealogico e il passato di ben dieci generazioni di “fornaciari”. Ha fatto emergere il vissuto quotidiano dei suoi avi che, dopo scelte, sacrifici, peripezie, avventure, sono giunti all’acquisto della fornace che attualmente conduce con piglio e forza d’animo. Laura ha centrato perfettamente lo spirito del Premio ripercorrendo e raccontando le esperienze di vita, una memoria incentrata su valori, tradizioni, emozioni che nascono nel passato e si tramandano fino a oggi. Omaggia se stessa per aver continuato la tradizione di famiglia, la ricerca di un futuro migliore, ha curato la ricostruzione, è partita da tempi lontani per giungere a oggi, si proietta con il suo lavoro nel futuro, con in mano il filo conduttore, il ricordo ancora presente nei luoghi e nei protagonisti di una storia dell’Italia che si impegna e che lavora.

 

 

 

 

Riportiamo l'articolo comparso sul "Corriere dell'Umbria" di Mercoledì 23 aprile 2014, relativo alla pubblicazione di Cristiano Antonelli "San Giorgio e la Rosa".

La pubblicazione di Cristiano Antonelli

Un libro sul santo guerriero per ri
cordare il suo martirio

Oggi si celebra san Giorgio martire, il santo cavaliere che uccide il drago ed è intitolato proprio a san Giorgio il libro dell'eugubino Cristiano Antonelli, un saggio già pubblicato lo scorso anno a Madrid (in spagnolo) e a Barcellona (in catalano). Quest'anno, integrata da un capitolo tutto dedicato alla nostra Penisola è stata pubblicata l'edizione italiana dalla Thyrus, storica casa editrice ternana. La presentazione dell'edizione italiana si è tenuta lo scorso 10 aprile alla Biblioteca Ariostea di Ferrara ed è in programma a Perugia una tavola rotonda in occasione del prossimo appuntamento con Umbrialibri (13-15 giugno). AD 303. Otto giorni prima delle calende di maggio fu giustiziato un cristiano di nome Giorgio. Era il 23 di aprile, una ricorrenza che si impose come festività tra le maggiori del calendario medievale, a memoria di un martire che si convertì nella metafora di un ideale che trascende ogni cronaca storica.

 

 

   
 

Cristiano Antonelli

San Giorgio e la Rosa

http://www.grandain.com/2014/01/13/libro-san-giorgio-e-la-rosa-di-cristiano-antonelli/ 

http://www.vallestaffora.info/cultura-oltrepo-pavese-montano/biblioteca-vallestaffora-info-oltrepo-varzi 

http://www.laprovinciacr.it/news/cultura/74963/San-Giorgio-e-il-Drago-.html

http://www.sicilia.agesci.it/tutte-le-news/798-un-libro-su-san-giorgio

http://www.radiopedret.com/?p=117

http://www.estense.com/?p=350229


http://www.concorezzo.org/dalla-brianza/san-giorgio-il-martire-il-drago-e-la-rosa-1509.html

http://www.ilvimercate.org/dalla-brianza/158-san-giorgio-il-martire-il-drago-e-la-rosa.html


http://www.giornaledicarate.it/notizie/cultura/desio-saggio-su-san-giorgio-e-il-drago-anche-la-brianza-protagonista-3169703.html
 
http://www.mantovanotizie.com/cronaca/20140105-libro-san-giorgio-e-la-rosa.php

http://www.sentierofrancescano.it/#p=32

 

 

 

 

 

 

Tratto da
"Sette giorni Umbria
Commenti, cronache e appuntamenti della regione"
Settembre 2010

Con prefazione dell’Arcivescovo Gualtiero Bassetti e introduzione di Don Elio Bromuri 

SU SANTA SCOLASTICA E SANTA RITA LIBRO DELLO STORICO LUCIANO LEPRI 

Di Giovanni Zavarella

L’Umbria è terra di santi. È una indubbia costatazione. Ha dato i natali non solo al Patrono dell’Europa San Benedetto da Norcia, ma anche al Patrono d’Italia San Francesco di Assisi. In quest’ambito di geografia sacra, sono nate tante sante donne. La loro vita straordinariamente edificante è stato motivo di esemplarità non solo per la Chiesa, ma soprattutto per i fedeli che vi hanno trovato sempre la speranza dell’amore di Dio. Tra le fulgide sante femminili umbre hanno meritato l’attenzione dello storico-scrittore Luciano Lepri Santa Scolastica da Norcia e Santa Rita da Cascia. Il volume “Due sante umbre” Edizioni Thyrus (pagg. 91) con copertina a colori e le immagine delle due sante, si avvale non solo di materiale iconografico originale, ma si impreziosisce della puntuale prefazione dell’Arcivescovo metropolita di Perugia e Città della Pieve Gualtiero Bassetti e della introduzione del Direttore de “La Voce”, Don Elio Bromuri. Lepri, a scanso di giudizi rigorosi o equivoci interpretativi, precisa, in una breve premessa, che il testo ‘forse definibile come romanzo biografico o biografia romanzata – pur contenendo precisi, rigorosi e puntuali riferimenti storici, geografici, circostanziali e situazionali inerenti persone, luoghi, date, avvenimenti e fatti (come testimonia la ricca bibliografia) è innervato da momenti in cui, nell’intento e con il proposito – al lettore definire se riuscito – di meglio delineare la personalità, il carattere, il temperamento l’indole delle due grande Sante. In particolare l’autore ha ampliato situazioni e fatti, in qualche altro caso ha creato situazioni plausibili ma non storicamente riportate, mentre altre volte si è immedesimato nelle due protagoniste cercando di coglierne i più riposti pensieri, le più segrete ambasce, le più recondite aspirazioni, i più intimi pensieri, senza ciò alterare né modificare la oggettiva realtà dei fatti, dei comportamenti e delle persone nel quadro di riferimento, complessivo e certo, dato dalla oggettività del vissuto storico e reale’. Con stile scorrevole e, non di rado, poetico (mai paludato o solenne) Lepri racconta le vicende terrene di Santa Scolastica e di Santa Rita (Margherita), offrendo uno spaccato di quella sorprendente fioritura di santità femminile che da sempre ha distinto l’Umbria, attento ad inserire il vissuto delle due fulgide stelle della Chiesa Cattolica nel contesto storico, debitamente controllato incrociando documenti librari e archivistici. Lo storico di nascita panicalense e d’adozione perugino, ha diviso l’opera in due parti: Santa Scolastica, La Nursia di Scolastica, Nascita e infanzia della Santa, Il periodo romano, Verso la loro missione, L’ultimo incontro, Morte della Santa. Ovviamente non poteva non relazionare la vita della Santa a quella del più noto fratello Benedetto, che di sicuro ebbe a giganteggiare in un periodo che la storia definisce afflitto dall’Oscurantismo barbarico. Santa Rita: L’Italia nella tempesta religiosa, La Carsula di Rita, Una nascita miracolosa, La vocazione di Rita, Un matrimonio tormentato, Rita realizza il suo sogno, Gli ultimi anni. Il volume si completa con percorso di fede da Norcia a Cascia, una nutrita bibliografia e una pertinente nota biografica.

 

 

Tratto da
"La voce dell'Umbria"
del 10 luglio 2010

Piero Bocci: la memoria preistorica resiste nel tempo

di WALTtR PATALOCCO

TERNI- Un uomo vaga, solo, in una landa sconfinata.

E’ smarrito, impaurito.
La paura diventa terrore quando la terra viene sconvolta da un terremoto impressionante. Si spacca. E da quella profonda fessura esce un mammuth. Grande, coperto di lunghi e fitti peli neri. Due possenti zanne ritorte.
L’uomo cerca di nascondersi dietro ad alcune rocce, ma il mammuth lo vede e si dirige, minaccioso, verso di lui. Si sveglia, madido di sudore. Un sogno. Un incubo.
Si alza a sedere sul letto e immediatamente cerca il block notes sul comodino.
Deve appuntare il sogno. Domattina probabilmente non lo ricorderebbe. Non nei particolari. Che per lui sono importanti. E’ il suo psicanalista che glielo ha chiesto. E’ la tempia.
L’uomo è Piero Bocci. E sua è la testimonianza. Perché un mammuth? E non invece un elefante, un coccodrillo o un altro animale - Come dice Bocci - più plausibile?
Piero Bocci è un grande appassionato, studioso e cultore dell’archeologia, della protostoria. dei miti dell’antichità. Ha scritto numerosi saggi (tra gli altri “I Naharki fondatori di Roma”; “I paleoumbri Naharki”) Forse proprio questo è il motivo per cui nel sogno è arrivato il mammuth al posto del più “ovvio” elefante? Non secondo Bocci.
Che si dà una spiegazione completamente diversa collegandosi alle teorie junghiane dell’inconscio collettivo. secondo cui esiste una memoria ancestrale, fatta di una serie di immagini primordiali derivate dalle esperienze remote dell’antichità che riemergerebbero nel sogno.
«E’ così che si spiega - riferisce Bocci -il fatto che il nome di Noé esista, seppur con qualche piccola variante, in lingue di popoli lontani tra di loro: Noah in ebraico, Nu-Wah in cinese, Noa in Ainerindo, Nu-U in hawaiano».
«E’ altrettanto stupefacente - continua Bocci - che la storia di Noè dal diluvio ricorra in tante culture diverse mai venute a contatto tra di loro: nel mito sumero-babilonese, nel mito biblico, in iscrizioni egizie e ittite, nelle tradizioni degli indiani Manu e delle tribù scandinave, in Cina e nell’ Indonesia».
Ed ecco la molla che scattata nella mente dell’appassionato di cose antiche anzi ataviche e primordiali.
Piero Bocci forte delle sue cognizioni, spinto dalla sua passione è partito alla scoperta di questi “legami primordiali”, dei “sogni che accomunano l’umanità da sempre”, del “ricordo ancestrale delle esperienze già vissute”.
Ne è nato un libro, “La memoria del grande viaggio” (Edizioni Thyrus), che è un viaggio tra i miti egizi e quelli greco-micenei. E poi su su tra i poemi, le tragedie e le fiabe greche, collegandole con gli scritti di autori più “recenti” come Dante e Shakespeare, Goethe e Dostoevskj, Melville e Collodi. O con opere come la Gioconda.
Un viaggio che svela tanti misteri e fornisce una miriade di informazioni, capace di attaccare alla sedia il lettore. Come fosse un libro giallo.
Ma non è un giallo.

 

 

 

Tratto da
Amadeus - Il mensile della grande musica
n. 247 giugno 2010

 

Tra le iniziative dell’anno mozartiano 2006 ci fu una giornata di studi organizzata dalla Facoltà di Scienze della formazione dell’Università di Perugia – Polo Scientifico Didattico di Terni. Mozart day. Itinerari storici, sociologici ed artistici. Raccoglie le relazioni presentate in quell’occasione da un gruppo di studiosi coadiuvati da giovani laureati, organizzate nel volume in tre aree tematiche: “Questioni storiche: risonanze mozartiane tra musica e letteratura”, “Percorsi sociologici: Mozart, reti relazionali e contesti sociali” e infine la sezione “Nel segno dell’arte: suggestioni mozartiane tra teatro e cinematografia”. Ai curatori Antonio Caroccia e Marta Picchio si devono i due saggi che inaugurano le prime due parti della raccolta: rispettivamente, un sintetico quanto denso excursus sull’immagine del compositore ai nostri tempi e un’analisi dell’interpretazione datane da Norbert Elias. Gli altri argomenti spaziona dal Don Giovanni (con uno scritto di Agostino Ziino) alle Nozze di Figaro, da “Mozart e le donne” alle regie teatrali di Peter Sellers e i film di Carmine Gallone e Pupi Avati, e altro ancora. I testi offrono parecchi spunti di riflessione e informazioni su questo mirabile nume della musica che non sarà mai indgato abbastanza nei suoi molteplici aspetti.

Patrizia Luppi

 

 

 

Tratto da
Il Messaggero – Umbria
martedì 6 aprile 2010

Lino Capolicchio mattatore al Gazzoli

Lino Capolicchio, regista ma soprattutto attore famosissimo ha fatto della sua presenza a Terni, sabato scorso a Palazzo Gazzoli, un momento davvero speciale. Incantando un pubblico folto e attento con la lettura delle poesie scritte dall’amico Jerry Guacci. 
Il leccese naturalizzato ternano che, nato come medico dermatologo in forza all’Ospedale di Terni, è cresciuto come scrittore e poeta, percorrendo una strada dai molti riconoscimenti in campo letterario. 
Ma perché Lino Capolicchio a Terni con Guacci? L’attore lo racconta. Racconta di otto anni di amore forte e tormentato con una ragazza ternana “bella come una Madonna del Perugino” che gli presentò il suo amico dermatologo per curare la mamma dell’attore. Racconta come l’amico dermatologo risolse brillantemente il problema e come non volle essere pagato. E come, finita ormai da tempo la storia con la ragazza ternana., che oggi vive in Brasile, circa vent’anni dopo ricevette una telefonata di Guacci che gli chiedeva di dargli un parere sulle sue poesie e di leggergliele in pubblico se mai gli fossero piaciuto. 
“Mi sono sembrate bellissime ed è per questo che sono qua” - ha precisato l’attore - Infine il chiarore è l’ultima raccolta di poesie di Jerry Guacci, lette da Lino Capolicchio, che l’Associazione Gutemberg ha presentato con l’introduzione di Daniele Di Lorenzi, insegnante e critico d’arte ternano. Poesie nate nelle notti insonni in compagnia di un “demone” che poi lo lascia al comparir del giorno e… infine il chiarore.
“Affettuoso sorriso - incontro inatteso - e nel giacchino liso – il mio cuore sospeso”. O ancora una delle poesie dedicate a l’Aquila «Trema la terra ancora-città d’antichi fasti i tuoi palazzi guasti esponi a noi…”.

LRv.

 

 

Tratto da 
Corriere dell'Umbria
Giovedì 3 dicembre 2009

La cronaca tutta da vedere di Mimmo Scipioni in "Una minestra di quinoa"

Un uomo solo in Boliva lungo le strade degli Inca

Di Lorella Giulivi

La scrittura è piana, misurata e asciutta. Di tutt’altro segno il paesaggio descritto in “Una minestra di quinoa”, cronaca del viaggio che Mimmo Scipioni ha fatto in Bolivia nel gennaio 2006. Periodo sbagliato secondo i più, coincidendo con la stagione delle piogge. “Ma i viaggi per il mondo - osserva l’autore - non cominciano mai il giorno in cui prendi un qualunque mezzo per spostarti. Iniziano, come quelli interiori, molto tempo prima, quando si comincia a cercare dentro di sé il perché di tanta piacevole inquietudine che spinge a muoversi prima intorno ai luoghi familiari e poi via via, in un vortice che sembra senza fine, sempre più lontano”. In Bolivia Scipioni è andato da solo, alla ricerca delle antiche strade che gli Inca hanno costruito lungo le Ande, opere di alta ingegneria che collegavano località lontanissime tra di loro con un tracciato a volte veloce e lastricato, a volte a gradini di roccia per superare dislivelli notevoli. Un gioco da ragazzi, per lui, percorrerle, abituato com’è a scalare le montagne più difficili. Alpinista, speleologo, esploratore, Scipioni viaggia da anni sopra e sotto la terra. E lo fa confidando soprattutto sulle proprie gambe. “Quando si arriva in un posto a piedi - spiega - si ha tutto il tempo di vedere i cambiamenti delle cose, alberi diversi, il colore del terreno che cambia, i classici usi e costumi della gente… insomma, si ha tempo per abituarsi ai cambiamenti. Viaggiando in macchina o in aereo, si viene catapultati in poco tempo in un altro mondo e, quasi senza accorgersene, si perde il fascino della distanza”. Tenda, sacco a pelo e poco altro, ad accompagnarlo è anche questa volta la voglia della scoperta, quella che non ha mai fretta e che gli suggerisce quando imboccare un sentiero sconosciuto o fermarsi un po’. Tres Rios, Yunga Cruz, Puente Villa, il parco naturale del Sayama, Oruro, il Salar de Uyuni, il Cammino di Takesi, Copacabana… se il viaggiatore rimane senza fiato, non è solo per l’alta quota. Paese dalla geografia difficile, senza uno sbocco sul mare e chiuso fra le cordigliere andine e la vegetazione esuberante dell’Amazzonia, lungo un percorso reso spesso impossibile dalla pioggia battente e dal fango, la Bolivia non manca di dispiegare davanti ai suoi occhi il giallo oro dell’altopiano, il bianco accecante dei “salares”, il blu delle lagune nelle cui acque popolate da fenicotteri si riflettono le cime innevate dei vulcani, il verde brillante delle selve tropicali e delle savane. Ma anche poveri villaggi dove donne, uomini e bambini lottano per la propria sopravvivenza con una natura tanto incontaminata quanto ostile. Terra dalle abbondanti risorse che custodisce un’incredibile varietà di vita animale e vegetale, il paese più povero dell’America latina gli offre una cultura fra le più ricche e una civiltà che non ha ancora venduto ai turisti le sue tradizioni. Al termine di ogni giornata, Scipioni annota le sue esperienze, convinto che il tempo, prima o poi, farà sfumare ricordi e sensazioni e che anche le foto non saranno sufficienti a trasmettere ciò che invece la scrittura potrà continuare a comunicare. Edito da Thyrus, il suo diario boliviano è diventato una pubblicazione di 96 pagine che si avvale della prefazione di Dario Antiseri. “Una minestra di quinoa” sarà presentato il 18 dicembre alle 18.30 al Caos di Temi, Sala dell’orologio, “ma - dicono gli amici - sono molti i quaderni di viaggio di Minimo che aspettano ancora di essere svegliati dal proprio sonno”.

 

 Tratto da "La Pagina"
Aprile 2009

 

Il libro di Paolo Maggiolini viene pubblicato nel dicembre del 2008, un periodo in cui la città va elaborando faticosamente, ormai da qualche anno, un cammino di identità che la differenzi da come finora era conosciuta.
Non più solo città operaia, ma anche aperta alle nuove suggestioni culturali, che la globalizzazione impone, in cui si inserisce pur con qualche difficoltà.
Risulta così interessante ripercorrere il cammino, tracciato da Paolo Maggiolini con ricerche approfondite, riguardante le varie forme delle manifestazioni artistiche e la storia sociale negli anni che vanno dalla metà dell’ottocento ai giorni nostri. In questi anni Temi da borgo agricolo è stata sospinta dall’industrializzazione verso la dimensione di città di rango nazionale ed europeo ed ha visto il suo processo di sviluppo e di crescita accompagnato da significative testimonianze della capacità dell’uomo di incidere sulla natura.
Nel libro queste testimonianze vengono passate in rassegna e formano il mosaico dei cambiamenti epocali, che fanno da sfondo al nuovo profilo della città. E’ merito dell’autore quello di aver raccolto con grande attenzione e serietà di indagine gli sviluppi più significativi delle arti negli anni presi in esame. E’ poi di grande interesse l’aver riunito in un unico volume, ricco di immagini fotografiche e di testimonianze di vario genere, le espressioni più significative di pittura, scultura e architettura, trattate in rapporto alle correnti culturali del tempo, ma anche viste, quando è possibile, come espressione di una ternanità che dà un marchio di originalità alle opere. La capacità di trattare insieme queste tre differenti manifestazioni dell’arte forse dipende dal fatto che Maggiolini non è uno specialista della materia, ma solo un appassionato cultore di essa; proprio questo però diventa un pregio del libro, perché in una forma piana e di notevole fruibilità viene offerto un panorama di ampio respiro in cui all’arte si intreccia la storia sociale e politica della città esposta in forma sintetica, chiara e di grande imparzialità. In tal modo viene dato il dovuto risalto, accanto al cammino artistico, allo sviluppo sociale e culturale che non è mai esente da contrasti e da lotte, che segnano il trascorrere degli anni e legano strettamente le vicende della città alla storia dell’Italia. Il libro dunque comprende storia artistica sociale e politica, documentata da una consistente mole di informazioni e di immagini che giungono fino ai nostri giorni; un capitolo a parte viene dedicato all’arte naïf con gli esponenti più significativi; infine c’e una consistente rassegna, corredata da schede molto approfondite, dei principali artisti che vengono nominati. Questo libro risulterà prezioso per molti e rimarrà nel tempo come un termine di riferimento: non è solo un augurio, ma una certezza.

Maria Teresa Pasquini

 

 

http://www.pentiraro.it/documents/76.html

 

 

 

 

 

 

 

Tratto da 
Corriere dell'Umbria
Giovedì 5 febbraio 2009

 

Un’edizione della Thyrus per spiegarne origini e evoluzioni 

Terni, città di antica tradizione dolciaria

 Profumo di vaniglia. di nocciola, di cioccolato. Memoria di fragranze e fragranze della... memoria in “Terni;.., la dolce”, numero 129 della Collana di Studi e Ricerche Locali edita da Thyrus, che in 279 pagine illustrate ripercorre la storia della produzione dolciaria locale rintracciando nella Belle époque il tempo in cui Terni non era distante da Vienna. Sfornata dall’Accademia della cucina italiana -Delegazione di Terni con il patrocinio della Cassa di risparmio di Terni e Narni, la pubblicazione curata da Agnese Morano, Giorgio Angeletti, Guido Schiaroli e Franco Maroni contiene “Arte dolce antica e moderna”, l’inedito ricettario compilato da Oreste Del Vitto tra il 1885 e il 1940 integralmente trascritto. Sono oltre quattrocento le ricette consegnate ai posteri dal pasticcere di origine settentrionale che a Terni contese a Spartaco Pazzaglia, Lorenzo Pasquali e Gastone Ceci il primato di qualità per la gioia di molte papille gustative. Tra i padri fondatori di quella Scuola ternana di pasticceria capace con i suoi raffinati prodotti di attirare anche gli esigenti palati della capitale, Del Vitto era un artista formatosi oltralpe che aveva partecipato nel 1907, alla “Terza grande esposizione internazionale del lavoro di arte, industria, alimentazione, igiene” e conseguito il Diploma d’onore per un tonico che porta il suo nome raccomandato a donne e bambini affetti da dispepsia. Giunto a Terni nel 1914,aveva aperto un negozio di pasticceria con annesso caffè e latteria in un locale ad angolo fra piazza I Maggio e via Petroni, a pochi passi da quello in via Tacito, situato al pianterreno di Palazzo Pontecorvi, inaugurato da Spartaco Pazzaglia come “Caffè Moderno” nel dicembre del 1913. Le due attività ebbero però un destino diverso e se Pazzaglia reagì alla seconda guerra mondiale facendo venire da Vienna i pasticceri di Sacher allo scopo di risollevare le sorti dell’impresa, quella di Del Vitto non sopravvisse agli urti. Non a caso soprannominato “lu leone”, Spartaco Pazzaglia fin da giovanissimo aveva viaggiato in Europa e nulla gli era sfuggito, neppure in fatto di moda. Figlio d’arte - pasticceri il padre e lo zio - roba per intenditori anche l’arredamento in  stile Liberty del suo locale che nel 1923 aveva ricevuto la visita di re Vittorio Emanuele III e con essa pregevoli onorificenze, moltiplicate in occasione della visita di Benito Mussolini alle Acciaierie nel 1931 Gli anni della ricostruzione lo vedranno rifiorire, ma con una clientela diversa e un’aumentata concorrenza. Ma, se le pasticcerie censite nel 1948 erano diciotto - spiegano gli accademici - si trattava degli allievi che si erano messi in proprio, dando luogo a una genealogia di maestri pasticceri tuttora rintracciabile negli esercizi,della contemporaneità. Morto nel 1956 il patriarca, la pasticceria Pazzaglia fu condotta fino al 1975 dalle figlie, poi ceduta alla ditta Fontana, e infine a Stefano Amici che, con giustificato orgoglio, nel 2004 ne salutava l’ingresso nell’Associazione dei locali storici d’Italia. “Si è finora voluto dare della città di Terni un immagine legata solo all’industria dell’acciaio: Terni la dinamica, secondo la definizione caratterizzante coniata durante il ventennio. Ma la nostra città è in realtà legata a molteplici attività e interessi ed è anche dolce” - afferma Guido Schiaroli, coordinatore territoriale per1’Umbria dell’ Accademia italiana della Cucina, che alterna grembiule e padelle al camice e agli strumenti del medico oculista.

 di Lorella Giulivi

 

Tratto da
La Gazzetta del Mezzogiorno
del 5 febbraio 2008

La gomma in Puglia una storia riscoperta 
di Giorgio Nebbia

Nelle scorse settimane avevo citato brevemente i tentativi di coltivare piante della gomma in Puglia; mi ero basato sul ricordo di una storia sentita raccontare da un mio collega, morto da tempo, che aveva lavorato come agronomo a tale impresa in Capitanata in collaborazione con un agronomo americano. Mi è arrivato ora un bel libro: “SAIGA. Il progetto autarchico della gomma naturale. Dalla coltivazione della guayule alla nascita del polo chimico di Terni”, scritto da un giovane storico, Alberino Cianci, e pubblicato proprio nei mesi scorsi dalla piccola casa editrice Thyrus, in Arrone (Terni) (www.edizionithyrus.it). L’autore ha potuto ricostruire una pagina dimenticata della storia dell’industrializzazione italiana, nel turbolento periodo dell’autarchia fascista, perché ha avuto modo di mettere le mani su un prezioso archivio salvato fortunosamente.

In altri climi – Il libro tratta la storia dei tentativi di coltivazione, in Italia o nelle colonie italiane del tempo, di piante da gomma diverse dall’Hevea, l’albero che forniva e fornisce praticamente tutta la gomma naturale nel mondo e che cresce bene in climi tropicali. Nel 1933 l’Italia dipendeva completamente per le importazioni di gomma dalle piantagioni di Hevea del Brasile e del Sud-est asiatico, nelle mani delle grandi potenze coloniali, con le quali il governo fascista pensava o progettava di scontrarsi un giorno. Si sapeva che la gomma poteva essere ottenuta da piante e arbusti coltivabili in climi temperati e che alcune piantagioni erano in corso in Russia e in America; negli Stati Uniti la coltivazione di una di queste piante, il guayule, e l’estrazione della gomma erano effettuate dalla Intercontinental Rubber Company, presso la quale furono inviati alcuni tecnici italiani.

Nel 1936, subito dopo la conquista dell’Etiopia e le sanzioni economiche contro l’Italia, il governo fascista avviò contatti con la società americana per vedere se era possibile coltivare il guayule in Libia o in Sardegna o in Basilicata o in Puglia. La Intercontinentale inviò in Italia un suo addetto che visitò le varie regioni e ne studiò le condizioni agronomiche. Fu così stipulato un contratto (per alcune diecine di milioni di lire, che allora erano tanti soldi) secondo cui la società americana avrebbe inviato semi e piante di guayule e collaborato alla loro messa a dimora.

Nel 1937 fu creato un “Ente gomma guayule” e fu costituita, dalla Pirelli e dell’Iri, la SAIGA (Società Anonima Italiana Gomma Autarchica); fra i consulenti e gli amministratori figuravano nomi illustri come i chimici Bruni, Natta, Francesco Giordani e il finanziere Enrico Cuccia, futuro presidente di Mediobanca. Falliti i tentativi di coltivare il guayule in Libia, nel 1938 furono acquisiti alcuni terreni a sud di Cerignola dove fu creato un vivaio in cui furono piantate, nella primavera del 1940 (poco prima che l’Italia entrasse in guerra), 25 milioni di piantine di guayule ottenute con i semi selezionati fatti venire dalla California, da cui si sarebbe dovuti aspettare una produzione di mille chili di gomma per ettaro.

Negli anni successivi (l’Italia era in piena guerra) la mancanza di carburante, di personale, di macchinari portò lentamente al fallimento e all’abbandono delle piantagioni foggiane di guayule. Nel 1944 quei terreni furono occupati dagli Alleati e riconvertiti a cereali. Le proprietà della SAIGA a Cerignola furono vendute all’Opera Nazionale Combattenti e nel 1947 la SAIGA fu messa in liquidazione. Intanto fin dal 1939 la SAIGA era stata incorporata in un’altra società, sempre della Pirelli-IRI, la SAIGS (Società Anonima Italiana Gomma Sintetica), che nel frattempo si era orientata verso la produzione di gomma sintetica del butadiene; la SAIGS costruì una fabbrica della materia prima a Ferrara, in una zona dove esistevano molti zuccherifici; lo zucchero veniva trasformato in alcol etilico, e questo trasformato in butadiene.

Archivi da conservare – Il complesso di Ferrara fu acquistato da Montecatini e la produzione della gomma sintetica fu trasferita a Terni, dove era disponibile abbondante elettricità. Qui il butadiene era ottenuto dall’acetilene a sua volta ottenuto dal carburo di calcio prodotto al forno elettrico. L’impresa cessò nel 1943. L’archivio della SAIGA/SAIGS sopravvisse a queste vicende, fu trasferito da Ferrara a Terni e qui fu salvato da un dipendente diligente e lungimirante che l’ha messo a disposizione dell’autore del libro prima citato.

E qui vengono spontanee alcune osservazioni. Si parla tanto di conservazione dei “beni culturali”, intesi come le testimonianze della ricca storia italiana, ma non ci si accorge che stanno scomparendo o sono irrimediabilmente scomparsi archivi e raccolti di documenti, lettere, schemi di produzione relativi alla storia industriale del nostro Paese. Ogni impresa produttiva in qualsiasi posto del nostro territorio ha usato delle materie e le ha trasformate e nello stesso tempo si è lasciata dietro delle scorie e dei rifiuti che sono finiti nell’aria, nelle acque, nel terreno. Dopo anni e anni ci si accorge dell’esistenza di zone contaminate, i governi decidono di procedere ad operazioni di “bonifica” dei siti inquinati e vengono investite grandi somme; il successo di qualsiasi bonifica dipende però dalla conoscenza della storia industriale e produttiva delle fabbriche che erano esistenti in tali zone.

Per caso qualche raccolta di documenti viene recuperata o salvata e qualche volenteroso studioso si dedica a darne notizia e qualche benemerita piccola casa editrice li pubblica. Molto di più meriterebbe di essere fatto, soprattutto in relazione alle imprese e alle produzioni, in molti casi scomparse e dimenticate, del Mezzogiorno.

 

Tratto da
Il paese delle donne online

Tratto da 
Delt@news 

Agenzia delle donne

 

 

Tratto da 
Il paese delle donne online

 

 

Tratto da
Mano Libera
Newsletter dell'Associazione Nazionale Amici del Fumetto e dell'Illustrazione 
n. 32 settembre 2007
(articolo a pag. 3)

 

Il romanzo giovanile pubblicato dalle Edizioni Thyrus

G. L. Bonelli e il Crociato Nero

Non si tratta certo di una novità editoriale, ma sicuramente di una curiosità, peraltro neanche tanto nota ai più. Uscito qualche anno fa, nel 1999, per la collana Classici dell'Avventura delle Edizioni Thyrus, diventa interessante riconsiderarne l'impatto all'indomani del grande successo della pubblicazione della ristampa a colori dei volumi di Tex. Parliamo del romanzo Il Crociato Nero, edito originariamente dalla AVE nel 1942, scritto dal papà di Tex, Giovanni Bonelli; ottima prova giovanile di narratore per il soggettista principe e creatore del personaggio a fumetti più longevo d'Italia. Traduttore fin da giovanissimo di romanzi di Jack London, d'altronde senza dubbio il suo scrittore preferito, Bonelli padre ha scritto altri romanzi d'avventura, come i più famosi "Le tigri dell'Atlantico" e "I fratelli del silenzio", con protagonista l'italo-americano John Mauri; qui invece troviamo a condurre la danza il cavaliere italiano Ugo d'Ivrea, in partenza per la prima crociata, che col volto nascosto da un cappuccio nero diventa il terrore dei saraceni. 120 pagine che si leggono tutte d'un fiato, in cui  non saprete trattenervi dal ricercare fra i dialoghi il preannuncio di quello che sarà il linguaggio inconfondibile del patriarca del fumetto italiano, "un romanziere prestato al fumetto e mai più restituito". Info: www.edizionithyrus.it

 

 

 

Tratto da 
EuropaSera.it
del 10 settembre 2007

SISTEMA E COSCIENZA 

Autore: Vincenzo Prati

Data di inserimento: 10 Settembre 2007

Sistema e coscienza,è frutto dell’esperienza acquisita nei numerosi viaggi per il mondo dell’autore durante la sua lunga attività di diplomatico – tra le varie cariche ricoperte, quella di Ambasciatore italiano in Kuwait e di Ministro Plenipotenziario alla Direzione Generale Asia) –, pur partendo dall’attualità cerca di riesaminare, proprio alla luce delle mutazioni del presente, il senso del passato prossimo e remoto.
La tesi dell’autore è che si sta andando verso la costruzione del “sistema globale”, ma soprattutto verso un ulteriore salto evolutivo della mente.
L’esame del passato è quindi effettuato cercando sempre il nesso fra le tappe evolutive del sistema e quelle corrispondenti della mente; di qui, appunto, l’intreccio fra discipline diverse e quello tra “sistema” e “coscienza”.
Oltre a suggerire una nuova metodologia interdisciplinare di analisi, Sistema e coscienza esplora le potenzialità della nostra mente nella fase di mutazione verso il sistema globale e interroga i meccanismi dell’evoluzione culturale.
Quello di Prati è “un libro raro, un libro che è un affresco di tutta la storia e il progresso umano. Un libro che sommessamente dice la nostra verità, il nostro crescere, di millennio in millennio, verso un destino evolutivo che sembra riassumersi nel concetto ‘dall’istinto allo spirito’ [...]. L’inconscio crea sempre nuovi miti e intorno a essi una nuova identità umana. L’inconscio quindi non è un elemento arcaico trainato dalla ragione, ma un elemento creatore di nuovi miti a cui corrisponde una nuova maggiore razionalità. I vecchi miti vengono scacciati non dalla ragione, ma da miti nuovi, che formano altre culture superiori, che a loro volta danno nuovi impulsi all’inconscio per ulteriori creazioni che producono sempre più evoluzione” (dalla Prefazione di Fabrizio Di Giulio).


Vincenzo Prati
Sistema e coscienza
Edizioni Thyrus, Arrone (TR) 2007
€ 30,00
pp. 632
Prefazione di Fabrizio Di Giulio, docente di Psichiatria – Università “La Sapienza” di Roma

 

Tratto da "Notiziario CDP"
Notiziario del Centro di Documentazione di Pistoia
n. 198 maggio-giugno 2007

V. Paparelli, K2 Il prezzo di un sogno, Edizioni Thyrus 2006, pp. 157 € 20,00.

Attraverso la cronaca del viaggio affiorano gli entusiasmi della partenza, le preoccupazioni degli immancabili disagi sofferti, le delusioni del ritorno che accompagnano spesso gli alpinisti quando ripiombano nella quotidianità della “prosa del mondo”. Un viaggio dove si incrociano percorsi con compagni di avventura vicini e lontani, impressioni esotiche, riflessioni etiche, interpretazioni antropologiche. Lo scrupolo narrativo dell’autore fa affiorare i grandi contrasti di quei luoghi. Contrasti di ambienti naturali, contrasti sociali e culturali all’interno della realtà che la distanza geografica fa apparire impietosamente omogenei, un pluralismo di identità paesaggistiche, personali, religiose, culturali. Una ricchezza di significati e di sensazioni che però esige un prezzo da pagare , anche elevato in termini di fatica fisica ma, soprattutto, mentale a causa dei continui aggiustamenti che siamo chiamati ad apportare nelle nostre rappresentazioni del mondo e che non tutti sono disposti a sopportare.

 

 

Tratto da "I Treni"
n. 295, luglio-agosto 2007, ETR

Signori, in carrozze! Oltre 140 anni di strada ferrata tra Chiusi e Orvieto 

La storia di oltre 140 anni di vita ferroviaria italiana fra Chiusi e Orvieto è il tema affrontato dall’autore, originario di Città della Pieve e ferroviere di professione. Il volume presenta infatti la peculiarità di questa breve tratta, fra le più importanti d’Italia in quanto parte integrante della linea “dorsale” Milano-Roma a cui sono sempre state dedicate le maggiori attenzioni negli investimenti con la costruzione della prima linea ad alta velocità moderna, la Direttissima Firenze-Roma. Alcuni disegni e schemi permettono di seguire meglio lo sviluppo degli impianti e la costruzione delle opere in interconnessione fra binari vecchi e nuovi. Non manca un richiamo alla devastazione causata dalla seconda guerra mondiale che causò gravi danni alle infrastrutture: le immagini qui riportate sono impressionanti e drammatiche. La qualità di stampa è buona anche se talvolta lascia un po’ a desiderare la resa di alcune fotografie e riproduzioni. In brossura, il libro è disponibile presso l’ETR per € 22,50.

 

 

 

Tratta da "La Pagina"
Giugno 2007

Nonostante abbia in copertina un salvagente poggiato su una barca dell’azzurro del mare, Segno zodiacole Delfino di Aurelio Di Fresco è più di un “romanzo da leggere sotto l’ombrellone”.
Non che non sia una lettura scorrevole o avvincente (lo è, eccome!), ma non è neppure una lettura da affrontare distrattamente, senza metterci troppa concentrazione.
L’occasione sarebbe sprecata: non si apprezzerebbe appieno la non comune capacità di un autore esordiente di aver tessuto un ordito tanto fitto e, allo stesso tempo, di aver creato un meccanismo tanto convincente.
Raccontare la trama di un romanzo così intenso dal punto di vista dell’intreccio e della profondità delle passioni messe in gioco è cosa complessa.
Segno zodiacale Delfino, infatti, partendo da un’esperienza del protagonista, vissuta in un momento della sua vita vicino a quello in cui scrive, spazia dai ricordi di un’infanzia spensierata. anche se affrontata spesso con la consapevolezza distaccata dell’outsider a momenti di fervore mistico; da tuffi e voli in mondi paralleli, a realistiche questioni di routine managerial-aziendale.
Nei continui cambiamenti di scenario, le costanti sono due: il protagonista o la voce che lo accompagna da quando, bambino, avvista un delfino dalla spiaggia di Macchitella, Sicilia.
La stessa voce che lo aiuterà, in un appassionante crescendo che incatena alla pagina, a districarsi dal groviglio di complicazioni e confusioni, nelle quali, capitolo dopo capitolo, sì è trovato intrappolato.
Paola Biribanti

 

 

 

Tratto dal "Corriere dell'Umbria"
Venerdì 2 marzo 2007

Marinella Temperoni presenta il suo ultimo libro e anticipa la prossima 
pubblicazione di un romanzo giallo

Dall'antipasto al dolce, 130 ricette a base di pane

Perugia – Marinella Temperoni ci ha ormai abituati a frequenti uscite letterarie che hanno come filo conduttore una rivisitazione nostalgica del tempo passato e della nostra realtà storica e sociale. Impareggiabile resta la sua raccolta di interviste ad anziani assemblate nel volume “Quando il pane era di granturco”, capace di offrire uno spaccato antropologico sulla realtà rurale che connotò la nostra non meno delle altre regione dell’Italia contadina. Un mondo capace di conservare e tramandare valori, saperi, prospettive e ipotesi di futuro che appartengono intimamente ad un vissuto irrecuperabile. Dopo ben sette pubblicazioni la Temperoni è oggi sugli scaffali con “Il pane di Marinella”, un bel volume di 174 pagine, edito da Thyrus, con in copertina una foto del pane, opera di Mirella Baccelli, poetessa e artista amica dell’autrice. Del libro ha parlato alla Sala della Vaccara il critico Luciano Lepri, affiancato da due donne di scuola; Antonella Ubaldi, preside della media “Carducci” di Perugia, e Annalisa Persichetti, docente e attrice delicata di gradevole espressività. Intermezzi musicale all’arpa della musicista Rachele Spingola. Il volume è scandito in otto capitoli che cadenzano altrettante sezioni. Ciascuna è dedicata ad una delle varie fasi del pranzo: dall’antipasto al dolce. A chiarimento del titolo, sarà il caso di aggiungere che si tratta di una raccolta di ben 130 ricette – semplici e sperimentate – che hanno come comune denominatore il pane. Pane raffermo, avanzato, secco. Che non sarebbe morale buttare e che può essere proficuamente “riciclato” per farne degli autentici manicaretti. In una prospettiva ecologica ed etica, oltre che funzionale alla logica del risparmio. La Temperoni ha anche anticipato altre imminenti pubblicazioni. La prima è un romanzo ispirato ad una storia vera, dal titolo “Una vita per la Benemerita”. Racconta l’esistenza non facile di una donna sposata con un tenente dei carabinieri. È pure pronto un libro giallo: una “stornellata” intorno ad un omicidio realmente avvenuto nel 1876. è alle battute finali anche volume d’interviste alle badanti, delle quali Marinella esplora sentimenti, ansie, attese. Infine sta per uscire un cd di canzoni, “L’Arco Etrusco”, musicate da Maurizio Vignaroli e Mirco Moscatelli, su suoi testi. Sono dedicate a Perugia, Corciano, Collazione, Cortona, Massa Martana, Assisi. Città particolarmente evocative e vissute come paesaggi dell’anima.
Sandro Allegrini

 

 

 

 

Tratto dal "Corriere dell'Umbria"
Mercoledì 7 febbraio 2007

Formazione Santina Spiriti rivoluziona l’apprendimento della lingua straniera con “The Square”

Imparare l’inglese al quadrato

Riconoscimenti da tutta Italia alla geniale ternana

Terni - Ormai la strada sarà solo in discesa per “The Square” il rivoluzionario metodo di insegnamento della lingua inglese inventato da Santina Spiriti, ternana di adozione con un cuore che batte forte per la sua “creatura”. Il metodo da oltre un anno sta facendo il giro dell’Italia finendo sulle scrivanie di case editrici, assessorati comunali e provinciali, scuole di ogni ordine e grado. In questi giorni l’inventrice del metodo si sente particolarmente soddisfatta perché, “The Square” è stato consegnato dall’assessore provinciale Carlo Ottone nelle mani del ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni in occasione della sua visita a Terni lo scorso 19 gennaio. Il Comune di Roma è ufficialmente accanto al progetto con l’adesione dell’assessore alle politiche educative e scolastiche Maria Coscia. “Il metodo – si legge nella lettera inviata da Roma – rappresenta un contributo efficace sul fronte dell’apprendimento delle lingue straniere nel quale si registra in Italia un sostanziale ritardo”. “L’appoggio e il riconoscimento della validità del metodo dalle istituzioni è finalmente arrivato e sono davvero soddisfatta – spiega Santina Spiriti – ma è un traguardo ottenuto dopo tante difficoltà e incomprensioni che all’inizio mi hanno in un certo senso ostacolata, oggi è acqua passata voglio pensare soltanto al futuro”. “The Square”, significa quadrato e proprio tramite la forma geometrica del quadrato, l’inventrice sintetizza tutto il principio base della grammatica inglese. “Io parlo con il colore, le mie spiegazioni sono disegni” diceva Santina appena un anno fa, con un linguaggio che poteva apparire sibillino, per quanti ancora non conoscevano il suo “The squre”. Oggi sono molti a comprendere quelle parole, perché stanno imparando l’inglese con questo metodo oppure perché semplicemente ne hanno sentito parlare. Tutta la grammatica viene condensata in un piccolo testo. “Chiarezza e semplicità” sono le armi vincenti secondo quanto hanno raccontato le decine di insegnanti che ora usano il metodo. Anche tra gli studenti il consenso è stato immediato. Le strutture grammaticali rappresentate in un poster a quadrati catalizza l’attenzione e facilita l’approccio alla lingua anche per gli studenti generalmente più distratti e insicuri. Anche per chi lavora e ha poco tempo da dedicare allo studio, “The Square” può risultare vincente. In circa 30 lezioni si riesce ad apprendere tutta la grammatica senza un grande impegno di studio a casa. Che si tratti di un metodo assolutamente originale è testimoniato dall’Università di Genova, che ha accettato una tesi di laurea presentata da un ragazzo di Terni sul metodo “The Square”. Il professor Duthwite della cattedra di scienze del Linguaggio ha definito la tesi sperimentale “di notevole importanza”. Apprezzamenti sono arrivati perfino dalla prestigiosa università “Orientale” di Napoli che ha giudicato il metodo “geniale”. Attualmente Santina Spiriti è stata nominata presidente dalla Libera Università Popolare dell’Umbria costituita a Perugia nel 2001, svolge attività di volontariato ed è aderente all’Auser. “The Square” è contenuto in un libro stampato per ora in duemila copie vendute in tutta Italia. Al massimo per la fine del mese di febbraio uscirà un secondo libro, l’eserciziario “Fill in the Square”.
Chiara Damiani

 

 

 

 
 

Tratto da la "Gazzetta di Asti"
Venerdì 2 febbraio 2007

La guardiana di Ulisse: un tuffo dentro il mondo dell'Alzheimer
Tavola rotonda a San Damiano

La sala consiliare del Palazzo Municipale di San Damiano venerdì 26 gennaio ha ospitato la presentazione del libro “La guardiana di Ulisse”, edizioni Thyrus, scritto dall’astigiano Alessandro Borio.
All’incontro, oltre l’autore, erano presenti il professor don Luigi Berzano, ordinario di Sociologia all’università di Torino, il dottor Francesconi Marcello responsabile dell’Unità Valutativa Alzheimer di Asti e Alessandro Cerrato in qualità di moderatore dell’evento. 
Durante la serata è stato presentato il romanzo la cui protagonista Maria Merlo, malata di alzheimer, è al centro di una rosa di personaggi la cui vita quotidiana viene condizionata dall’infermità della donna. L’autore ha definito la protagonista come una “guardiana” in quanto nonostante non possa più interagire con il mondo circostante in qualche modo osserva e percepisce ciò che le accade intorno. Al suo fianco vi è l’angelo Ulisse che sostiene una dura lotta contro le forze maligne che tendono a riservare per Maria una fredda indifferenza.
“La guardiana di Ulisse” è il secondo romanzo dell’autore astigiano dopo Gengis Kahn, un testo centrato sulle vicende di un bambino down.
Sono le storie di dolore ad interessare Alessandro Borio che, come ha sostenuto, in un mondo in cui si impongono il mito della forza e della grandezza i deboli e le persone che soffrono hanno ancora qualcosa da comunicare ed insegnare.
Durante la serata interessante è stato l’intervento del professore Luigi Berzano che con una rapida carrellata, ha esposto la figura degli angeli nel panorama sociologico e letterario degli ultimi anni. Infine è stato toccante la testimonianza di alcune situazioni di malati di alzheimer da parte del professor Marcello Francesconi, il quale tra le altre cose, ha dichiarato: “Il malato soffre e sente ciò che gli capita intorno nonostante non riesca a manifestarlo. Ogni malato ha una sua storia, e nostro compito è saper ascoltare quella storia seppure non siano più le parole a comunicarcele”.
La serata all’insegna della cultura, ma anche della sanità e del sociale, è stata apprezzata dall’uditorio sandaminaese che ha mostrato interesse e sensibilità per una tematica tanto delicata quanto vicina.
JFE

L’angelo, il diavolo e la guardiana

Maria nel libro di Alessandro Borio è la guardiana. Di cosa è guardiana se necessita lei stessa di essere guardata a vista? Lo scrittore cerca una spiegazione al di là delle cose che si vedono, e scopre che si chiamano guardiani alcuni esseri che sono posti a guardia del mondo.
Dalla prefazione del prof. Luigi Berzano “Tutti gli esseri più insignificanti e quelli che non hanno più nessuno dei nostri pensieri sono in realtà i guardiani del nostro mondo. Sono quei pochi giusti che avrebbero potuto salvare Sodoma. Ricordate il discorso di Abramo con Dio: “E se ci fossero 50, 45, 40, 30, 20, 10, 1 giusto in Sodoma il Giudice della Terra non praticherà la giustizia?” E il Signore risponde: “Non distruggerò Sodoma per riguardo a quell’unico giusto!”. 
Questa è la conclusione: “Solo se sulla terra continueranno ad esistere persone che amano, di un amore sincero e disinteressato, creature che sembrano non meritare più alcun sentimento diverso dalla pietà, Dio continuerà a dar a queste il potere di amplificare l’amore di cui sono fatte oggetto e di trasformarlo in un baluardo contro il male”. 
Nel romanzo Maria è un baluardo contro cui tuttavia agiscono le forze del male. Ecco allora il secondo protagonista: l’angelo Ulisse, un angelo custode ancora inesperto, perché da poco tempo lo è diventato, morendo sulla terra. Non è ancora degno del Paradiso, non avendo raggiunto in pieno la Santità e pertanto gli viene affidato un compito delicatissimo: fare in modo che Maria possa esercitare tutto il suo potere di guardiana della parte di mondo a lei assegnata.
Ulisse è impercettibile e trasparente agli occhi degli uomini, ma gode ancora dell’aria fresca sul viso quando si butta in picchiata, nel ricordo del paracadutista che era, che ammira estasiato le stelle e le distese delle colline monferrine. Impara il suo compito mano a mano che riesce a cogliere i pensieri di Maria e degli uomini che la circondano. Capisce poco alla volta l’importanza dei “guardiani” del mondo quando scopre l’accanimento del maligno contro di loro. Non diretto, ma ostacolando il flusso d’amore nei loro confronti. L’essere perverso e spregevole che insidia il potere di Maria è il diavolo Giancarlo, anche lui  non ancora degno di entrare nell’eternità infernale e che deve quindi aggiungere ancora male al male. 
Le pagine del libro narrano di questa lotta furibonda tra Ulisse e Giancarlo con momenti terribili in cui l’angelo sembra soccombere, con conseguenze raccapriccianti per Maria, i suoi cari e la parte di mondo da lei dipendente. 
Quando e come compierà la sua missione Ulisse? Maria e i suoi cari come potranno riaccendere tra loro il flusso d’amore che permette a lei di essere uno dei guardiani del mondo? Tra gli angeli, il demonio, l’uomo e il mondo esiste una relazione? 
Ecco la domanda e le domande che il libro suscita e alle quali lo scrittore propone delle risposte con la singolarità della trama e con la conclusione a sorpresa.
S. C.

 

 

 

 

Tratto dal "Corriere dell'Umbria"
Giovedì 25 gennaio 2007

La prima opera letteraria di Sergio Ercini, orvietano e deputato del Parlamento europeo, presentata a Terni

Un saggio tra fiumanesimo e utopia

Un immaginifico discorso per analogie che consente più letture 

Terni - Fiumanesimo e utopia, è il contesto in cui muove il saggio di Sergio Ercini, orvietano, deputato al parlamento europeo nella prima e seconda legislatura, presidente della Commissione politica dal 1986 al 1989, ex consigliere regionale in Umbria. "Il poeta, la morte e il giovane"; edita da Thyrus, è la sua prima opera letteraria. A tenerla a battesimo l'Istituto di studi teologici e storico-sociali Istess, diretto da Stefania Parisi, che alla pubblicazione di Ercini ha dedicato ieri un dibattito al Cenacolo S. Marco di Terni. Presente l'autore, sono intervenuti i professori Claudio Carnieri, Domenico Cialfi e il direttore editoriale Osvaldo Panfili. A coordinare i lavori Pompeo De Angelis, curatore del progetto storico dell'istituto. Ercini compone un attento e puntuale saggio letterario all'interno del quale scorre un suo immaginifico discorso per analogie che consente più letture simultanee. Immagini, riferimenti e citazioni concorrono a dipanare e dilatare la vicenda che vede i poeti Gabriele D'Annunzio e Léon Kochnitzky intrecciare i propri destini nell'impresa di Fiume. All'indomani della grande guerra, l'Italia ha ottenuto Trento, Trieste e l'Istria. Non Fiume. Non la Dalmazia. La questione adriatica accende il furore nazionalista. Si parla di "vittoria mutilata". Il 12 settembre del 1919, in violazione delle leggi nazionali e degli accordi internazionali, 2500 uomini entrano a Fiume, incontrastati, sotto il comando di Gabriele D'Annunzio. La città si proclama italiana. Per il poeta-soldato, l'utopia si fa storia. Libertà di parola, pensiero, religione e costumi sono poste a fondamento della città-stato sperimentale dove l'impianto liberatorio e il carisma del Comandante sembrano armonizzare le più disparate posizioni politiche. Ideale punto di partenza non solo di riforme istituzionali ma anche di un nuovo modo di pensare e di vivere, la "Città di vita" aggrega, artisti, militari e manigoldi, "ragionevoli" e "scalmanati". Se i viveri scarseggiano, non mancano le esperienze estetiche. Léon Kochnisky, giovane musicista e letterato belga, di padre polacco di origine ebraica e madre russa, appena convertito al cristianesimo, dirige l'Ufficio delle relazioni esteriori. Non "esterne" perché il termine gli pare troppo "farmaceutico". "Scalmanato tra gli scalmanati, ribelle tra i ribelli e, insieme, irragionevole tra i ragionevoli, internazionalista tra i nazionalisti", Kochnisky potrà incontrare D'Annunzio solo sul terreno poetico che le potenze primordiali di Eros e Thanatos, amore e morte, rendono fecondo. Poco più di un anno dopo, il governo Giolitti farà rimuovere con la forza quel governo "burla", a lungo tollerato. La storia sottolineerà, poi, come l'impresa di Fiume avesse anticipato la Marcia su Roma e come Mussolini avesse mutuato da D'Annunzio il talento della comunicazione di massa.  
Lorella Giulivi
 

 

 

 

Tratto da "Il Messaggero"
Giovedì 25 gennaio 2007

D'Annunzio e un giovane poeta belga,
Sergio Ercini presenta il nuovo libro

Avrà luogo un dibattito al quale parteciperanno l’autore il professore Domenico Cialfi, il professore Claudio Carnieri e Pompeo De Angelis, direttore della Rivista Indagini.
Il libro, edito dalla Thyrus, svolge il tema dell’impresa fiumana e del rapporto fra Gabriele D’Annunzio ed il giovane poeta Léon Kochnitzky. in un caleidoscopio di immagini attuali e di reminiscenze letterarie ed iconografiche, che simboleggiano la danza di fronte alla morte.
Il libro di Sergio Eremi si riferisce ai fatti che seguirono il 12 settembre 1919, quando D’Annunzio, nelle vesti di soldato, entrò a Fiume con 2500 uomini e proclamò l’annessione della città all’Italia. Tra questi uomini c’era Léon Kochnisky, un giovane poeta belga, che fu lo spettatore ammirato dell’impresa fiumana e divenne il giudice di quel fuoco che si esaurì in faville e poi in grigia cenere.
Per D’Annunzio, Fiume ritualizzò una danza di fronte alla morte, per il lettore del libro di Eremi tale danza può diventare il rito totale del Novecento.
Questo secolo è lo scenario in cui il protagonista Léon Kochnitzky fa un’apparizione, cercando fratelli, in mezzo a una società di massa.
La sua figura emerge delle pagine come quella di un eroe che si giova della propria giovinezza per portare sulle spalle il vecchio poeta D’Annunzio, come fece Enea con Anchise o Pinocchio con Geppetto, o, forse, come Sisifo con la pietra.
Prima che questo atto di pietà filiale scattasse c’era stata la guerra fra ragionevoli e scalmanati. Questa è la trama del libro. È un libro raro, su un tema affascinante. Sergio Ercini è nato a Orvieto Eletto deputato al Parlamento Europeo nella I e nella II Legislatura, è stato Presidente della Commissione Politica dal 1986 al 1989.
In Umbria è stato Consigliere Regionale e Consigliere nel Comune di Orvieto.

 

 

 

 

 

Tratto da "Il Giornale dell'Umbria"
Marted' 28 novembre 2006

 

Il libro fotografico dell’antropologo temano sarà presentato giovedì prossimo alla biblioteca comunale

Paparelli racconta l’ascesa al “tetto de mondo”

TERNI - Il racconto di una spedizione al campo-base del K2. Ma anche la solidarietà, dopo aver toccato con mano l’estrema povera di un’intera popolazione. Valentino Paparelli, nel cinquantenario della conquista italiana ad K2, ha deciso di pagare il prezzo di un sogno antico aggregandosi a una spedizione del Cai diretta al campo base della montagna più bella e più difficile del mondo.
Da quella esperienza è nato un libro, anche fotografico che l’autore ha voluto significativamente titolare “K2 Il prezzo di un sogno.
Il libro sarà presentato dall’autore giovedì 30 novembre, alle ore 16,30 in sala video- conferenze bct. Quante e quali strade deve percorrere un uomo per dirsi uomo? Paparelli ha dunque scelto quelle più impervie del Pakistan per scoprirlo.
Con i portatori baltì e le guide hunza percorre le strade in salita che lo condurranno al mondo primordiale e grandioso che fa sentire piccoli e insignificanti. Attraversa fiumi, villaggi e deserti d’alta quota; scala ghiacciai; affronta il sole implacabile e le bufere di neve, combattendo col caldo torrido e col freddo che non fa dormire; con gli occhi dell’antropologo accarezza popoli e culture.
Nel suo diario le tappe della spedizione si confondono con quelle di un cammino verso la conoscenza.
Paparelli verserà i propri diritti ai Dispensano “Lorenzo Mazolieni” di Askole (Pakistan), unico presidio sanitario a disposizione degli abitanti dell’intera regione, voluto dal gruppo dei “Ragni” del Cai di Lecco e da Agostino Da Polenza per ricordare lo sfortunato alpinista della sua spedizione del 1996, morto dopo aver raggiunto la vetta dei K2.