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Edizioni THYRUS La magia della parola scritta
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Fabrizio Peroni La rosa di Pontida
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Camminando
per le campagne solitarie, Bertran rifletteva intensamente. Al ricordo di
una seconda notte trascorsa con inquietudine, un'idea gli era balenata in
mente. Considerà
a lungo intorno a quel pensiero, ne soppes i vantaggi e gli
inconvenienti, e alla fine risolse. Diresse
allora il cavallo verso la riva del fiume e lo costeggi per qualche
miglio, cercando il luogo più adatto per mettere in atto il suo
proposito. In quel tratto il fiumiciattolo era ampio, ma poco profondo, e
non rispondeva alle caratteristiche indispensabili. Alfine giunse in un
luogo in cui le acque abbandonavano il proprio letto vasto e superficiale,
e si insinuavano in un varco tra le rocce che ne restringeva il corso,
rendendolo perà più profondo. Scese da cavallo, si guard attorno con
circospezione, e quando fu ben sicuro che anima viva non potesse notare i
suoi movimenti, infil la mano nella tasca della sella, ne trasse tutte
le monete, le strinse nei due pugni e sal la sponda rocciosa. Dall'alto
della ripa osserv le acque sottostanti spumeggiare rompendosi tra gli
spunzoni di pietre che, spuntando in superficie, sembravano rallentare la
corrente, ostacolandone un poco il naturale fluire. E di lass, sicuro
che nessuno avrebbe mai potuto scoprirle e ripescarle, ad una ad una gettà
con calma le monete nelle acque profonde. Via,
tornate alle vostre origini mormorà con soddisfazione, vedendole cadere
scintillando per qualche attimo al sole intenso del mattino. Le monete
tracciavano nell'aria un vago, intermittente balenio metallico e
producevano infine un impercettibile, allegro rimbalzo al tuffo
nell'acqua, prima di inabissarsi per sempre. Compiuta
l'operazione si sentà sollevato. Adesso che aveva consegnato alle acque
ogni ricchezza, nessuno avrebbe più avuto motivo di insidiargli il
proprio orgoglio e la propria vita. Sarebbe vissuto povero, vagabondo e
spensierato al pari di tutti gli altri innumerevoli trovatori che
popolavano il mondo del suo tempo, ricco soltanto dell'estro che, come un
dono naturale e meraviglioso, gli permetteva di inventare canzoni e
ballate capaci di suscitare emozioni e ammirazione negli spiriti oppressi
e negli animi sensibili. E
lo avrebbe fatto consapevole che questa dote era, al pari della povertà ,
la più grande e la più incompresa delle ricchezze.
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E
Bertran cominci così a fermarsi nelle città e nei villaggi, in
particolare l dove sapeva si svolgessero fiere, mercati e feste
religiose, occasioni che richiamavano folle di gente desiderose di
concludere affari, di onorare santi, ma anche di trascorrere qualche ora
in allegria, di intrattenersi per dimenticare i propri guai, le cupidigie
dei ricchi da una parte, le miserie dei semplici dall'altra. E l, tra
mercanti vestiti di fini velluti o artigiani e operai coperti di grezze
casacche di lino, che lo attorniavano disposti alla cordialità e alla
simpatia, si esibiva cantando ballate di eroismo, canzoni d'amore,
sirventesi di gloria e di gesta ardimentose. E quando tra la folla
prevalevano gli uomini sceglieva le sirventesi, in particolare quelle del
suo autore preferito, il nobile e fine trovatore di Aquitania, Bertran
conte di Born, che aveva avuto occasione di conoscere al castello dei
signori di Vals'ssina. Ma dove e quando la presenza femminile era
viceversa superiore di numero, sceglieva le melodiose canzoni d'amore dei
trovatori cosiddetti dolci e leggiadri, piuttosto che quelle dei rimatori
definiti al contrario aspri e sottili, ripetendo in particolare la ballata
famosa dell'amore lontano di Jaufrà de Rudel, che lo stesso conte di Born
aveva cantato al castello. E nell'ascoltarne i versi e nel goderne della
musica, si accorgeva che l'amore di terra lontana tanto commuoveva le
donne di ogni et, che nei loro volti spirava un'espressione d'incanto, e
nell'attenzione intensa degli occhi, trascorreva la fiamma di un sogno per
un proprio amore lontano,magari segretamente coltivato, come quello del
signore di Blaia per la contessa di Tripoli. E
in quel trasognamento riconosceva lo stesso struggente abbandono che aveva
scoperto negli occhi di Gemma la notte dell'addio, e l'interesse malizioso
e accattivante proprio di ogni fanciulla giunta all'et in cui si
manifesta l'atteso appuntamento con l'amore, che aveva colto nello sguardo
misterioso e sfuggente di Rosinda. Ma vi era un altro autore che su tutti
Bertran prediligeva, perché aveva composto soltanto ed esclusivamente
canzoni d'amore, le sue preferite, bellissime, malinconiche e vitali allo
stesso tempo. Si
chiamava Bernard de Ventadorn, e le notizie della sua vita e i testi delle
sue splendide canzoni gli erano stati insegnati dal giovane monaco, amante
della musica, che lo aveva iniziato a questa arte e che a sua volta le
aveva avute da un trovatore di passaggio, proveniente, anche lui, dalla
terra di Aquitania. Bernard
de Ventadorn era di pochi anni più grande di lui, ma il suo talento era
già universalmente riconosciuto, tanto che le sue composizioni si erano
rapidamente diffuse in Francia e nel settentrione d'Italia, nel volgere di
pochi anni. 'Nessun altro è come lui' gli aveva confidato il giovane
maestro. Nelle sue composizioni, infatti, aveva notato Bertran, non si
parlava mai di guerre, di duelli e di battaglie, non si accennava nemmeno
a temi di morale, di politica o di religione che tanti altri trovatori
trattavano in omaggio agli ospiti potenti, i signori dei castelli. A
Bernard, viceversa, null'altro sembrava interessare che un esaltato
omaggio alla donna, con totale dedizione al sentimento che ella ispira; e
nelle sue canzoni appariva indifferente ad ogni altro argomento che non
fosse quell'unico delirio. Bertran
adorava le ballate di questo straordinario, giovane compositore, e ne
trasmetteva la misteriosa seduzione alle donne che l'ascoltavano
affascinate. Vi era in particolare una canzone che prediligeva su tutte,
per la freschezza dei versi e il ritmo tenero e malinconico della musica.
Una canzone di invocazione e di rimpianto per aver creduto di sapere tanto
sull'amore ed essersi accorto, viceversa, di non conoscerlo che
superficialmente.
Ahim!
Credevo sapere tanto dell'amore e
mi accorgo con sconforto di
conoscere così poco!
Così
non posso credere di amare colei
che non mi può comprendere: colei
che ha di me tutto il cuore e
non mi concede che uno struggente desiderio.
Ed
era capace di cantarla con così intensa passione che le ragazze sentivano
come proprio il rammarico espresso nei versi di non conoscere mai
abbastanza l'amore, forse perché ferite nei sentimenti come il poeta. E
allora le scopriva commosse e si accorgeva che sfuggiva loro qualche
lacrima. Conclusa
la fiera o la festa, dopo aver ricevuto, in cambio delle proprie
esibizioni da mangiare, da bere, da dormire e qualche moneta di scarso
valore, riprendeva il cammino dirigendosi verso altri villaggi, altre città,
altri mondi che sentiva attraenti e immaginava degni di conoscenza. Il
giorno si nutriva con la frutta dei boschi e le bacche delle siepi; quando
poteva, con il pane e con il latte che i contadini dei mansi, più o meno
generosamente, gli offrivano, e nelle notti di quella caldissima estate
dell'anno 1170 dormiva sotto lo stellato, ravvolto nel bel mantello
donategli dalla sua dama protettrice: ma dormiva tranquillo, senza mai
svegliarsi, non più come era accaduto quando aveva temuto di essere
derubato del suo piccolo tesoro, perduto senza rimpianto. Ed era felice e
soddisfatto di addormentarsi al tramonto al canto dei grilli e di
svegliarsi all'alba con quello, festoso, degli uccelli.
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Durante
tutta l'estate continu ad esibirsi nelle città e nei villaggi, ma
quando il primo vento di settentrione cominci a pungergli la pelle, si
diresse verso i castelli, ne chiese e ottenne ospitalità. E qui conobbe
nuovi personaggi, bellissime dame e seducenti fanciulle, e nobili
castellane che, durante le lunghe sere d'inverno, al riverbero delle
fiamme dei grandi cammini, dopo lauti banchetti, lo ascoltavano assorte e
silenziose, affascinate dalle sue vibranti melodie. E
in tutti i castelli, nelle occasioni opportune, domandava discretamente
alle dame se vi fosse chi conoscesse l'abbazia in cui era vissuto fino
all'et di diciassette anni. E dove la risposta era, come spesso
accadeva, positiva, continuava a domandare se qualcuno sapesse di un
bambino che vi fosse stato portato ancora in fasce anni prima, o fosse
stato lasciato nei pressi del convento in condizioni di essere raccolto. Dalle
velate confidenze del vecchio padre priore, Bertran, senza escludere il
contrario, aveva dedotto che i suoi genitori dovessero appartenere alla
nobiltà, ma da questo conseguiva che doveva esservi stata una ragione
molto importante per averli spinti ad abbandonarlo. E quanto più gli
appariva inspiegabile l'azione, tanto più si rivelava difficile svelarne
il segreto. Inoltre erano trascorsi quasi vent'anni da quel giorno, e col
passare del tempo se ne allontanava il ricordo nella memoria degli uomini
e più difficile si faceva la ricerca di eventuali testimonianze. Le
risposte che ottenne non riuscirono mai ad aprire uno spiraglio di
speranza. Tanto che, amareggiato, dopo innumerevoli tentativi, disperava
ormai di scoprire il mistero delle proprie origini e pensava dovesse
rassegnarsi a non conoscerlo più. Come
l'inverno volgeva al termine e il tempo si faceva più sereno, si
rimetteva solitario in cammino e riprendeva a frequentare campagne e
villaggi. Trascorsero così, lenti e veloci al tempo stesso, come a tutti
accade, uno dopo l'altro gli anni, durante i quali si rinnov da una
parte il successo delle proprie esibizioni, e dall'altra l'insuccesso
delle ricerche. Finch un giorno, sfiduciato e stanco, avvertà la
nostalgia di ritornare al castello del conte di Vals'ssina, il primo che
lo aveva ospitato e in cui aveva lasciato Donna Iselda, la dama
protettrice, e Gemma, che gli aveva, seppur senza speranza, stregato il
cuore. Erano trascorsi cinque anni da quel tempo, e si avvicinava adesso la primavera del 1175.
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